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Cinema | Pubblicato il 9 luglio 2014

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Tempo fa ascoltai un’interessante intervento da parte di uno dei Wu Ming a proposito di 300. L’oratore metteva in evidenza quanto fosse preponderante la carica ideologica all’interno della pellicola tratta dall’omonimo fumetto di Frank Miller, nonostante la tendenza dell’autore e di Zack Snyder a scansare qualsiasi interpretazione politica. Ma la cosa interessante (giacché in verità l’ideologia alla base di 300 la recepirebbe anche un muro di mattoni) è la precisa assegnazione di un significato metaforico a ciascuna delle componenti, che insieme vanno a costituire un’allegoria ben precisa. La Grecia rappresenta l’intero mondo occidentale. Sparta sono gli Stati Uniti, fieri della loro potenza militare, mentre Atene (società debole, di filosofi e contadini) è l’Europa. L’esercito di Serse non è solo il Medio Oriente, ma l’intero continente asiatico: Miller vuole ammonirci non solo dai pericoli dell’Islam, ma anche di paesi enormi e in forte sviluppo come la Cina e l’India. I bastoni tra le ruote? Gli organismi democratici (gli Efori sono il Congresso), corrotti, deboli, incestuosi, calcolatori e via dicendo. Nell’intervento veniva inoltre messa in evidenza la distinzione tra mito universale (a questa categoria appartengono, per intenderci, i miti tramandati oralmente da gran parte delle popolazioni dell’antichità) e mito tecnicizzato: quest’ultimo, rievocato da Miller, è lo stesso usato da gran parte dei regimi totalitari. In particolare, così come fecero prima di lui alcuni fascismi del passato, Miller si appropria del nostro comune passato ellenico e lo trasfigura per i suoi fini comunicativi, attuando una riscrittura della storia precisa e mirata a un determinato scopo.

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300: Rise Of An Empire è tratto da un fumetto non ancora del tutto ultimato di Miller (che comunque ha tenuto sotto controllo la pellicola in qualità di produttore esecutivo); esce al cinema sette anni dopo il primo episodio e ben sedici anni dopo il fumetto originale ed è molto interessante da guardare tenendo bene in mente la chiave di lettura esposta in quella trattazione, anche alla luce dei cambiamenti geopolitici in atto. La storia racconta il prima, il dopo e il frattempo delle Termopili, e in particolare gli scontri navali tra la flotta greca alleata guidata dall’ateniese Temistocle e la flotta persiana, che culminarono con la Battaglia di Salamina. Naturalmente la realtà storica è completamente stravolta: tra le altre cose, la modifica più significativa è che a comandare la flotta di Serse è Artemisia (Eva Green), una donna spietata dalle origini greche che tiene sotto il suo pugno di ferro diverse migliaia di navi persiane. Questo fatto ha portato molti ad attenuare la carica ideologica da attribuire alla pellicola, quasi che Miller avesse riparato agli errori del precedente. Tutto il contrario: mentre Serse, deforme fin dalle proporzioni, nel prologo è dipinto come un autentico mostro, senza alcuna parvenza umana dopo un patto con forze magiche ed esoteriche (la disumanizzazione del nemico è la prima regola in qualsiasi opera di propaganda, specialmente di guerra) Artemisia offre l’occasione per portare al racconto un vero nemico, potente e degno di rispetto, ma con una origine greca: questo ha il doppio vantaggio di mettere ulteriormente in ridicolo l’esercito persiano, che senza di lei è assolutamente inetto. Continuando la lettura secondo la metafora, questa volta è l’Europa (Atene, ricordiamo) a guidare l’offensiva. A differenza dei fatti storici, nel film inizialmente Sparta rifiuta di combattere: si sta leccando le ferite dopo la sconfitta delle Termopili e questo non può non far venire in mente i fallimentari interventi militari in Medio Oriente intrapresi dagli Stati Uniti negli ultimi anni. Sarà solo nel gran finale che, in una scena visivamente molto potente, tornerà a dare man forte agli alleati con la propria flotta (tradotto: America, non arrenderti! Il mondo ha ancora bisogno di te!). Ma il cuore del conflitto dove sta? Il cuore del conflitto è tra Temistocle, comandante ateniese, e Artemisia, traditrice dell’Occidente. Insomma, sarà una regolazione di conti dall’interno a fare la differenza. Temistocle è reo di vanagloria, perché a Maratona, dieci anni prima, uccise re Dario senza uccidere pure figlio Serse, in modo tale da assurgere ai più alti livelli della vita politica ateniese. Artemisia è stata tradita dal suo popolo: la famiglia uccisa da alcuni opliti, lei stessa vittima di stupro e di schiavitù, è stata salvata da un persiano. Insomma, quel che ne viene fuori è la tipica mentalità semplicistica del repubblicano: shit happened, ma adesso non c’è tempo per riparare ai torti o per il rimorso. Bisogna appianare i conflitti interni, compattarci e annientare il nemico.  Il sessismo non è affatto attenuato dalla presenza femminile: è interessante notare che l’unico incontro pacifico tra i due comandanti si risolva in un violento rapporto sessuale, quasi che fosse l’unica forma di comunicazione possibile tra i due sessi. Comanda una donna, sì, la flotta persiana, ma è una donna greca in mezzo a degli esseri inferiori (nell’ottica di Miller). Dall’altra parte del fronte i soldati greci, tra di loro, non fanno che dialogare per slogan militaristi e patriottici: l’uomo si realizza tramite la sua virilità in guerra. Allo stesso tempo, curiosamente, i Greci diventano i paladini della democrazia e della libertà, e la guerra è contro la tirannia e la schiavitù: viene detto chiaramente, Si vis pacem, para bellum, che poi, parafrasando Bush, è un concetto molto simile all’esportazione della democrazia. Dal punto di vista visivo il nuovo regista, Noam Murro, sembra voler ricalcare in tutto e per tutto lo stile del capitolo precedente ma, e questa è la regola del successo per gran parte dei sequel, ogni cosa è enfatizzata. La grossa differenza è nella palette cromatica: molto meno rosso, molto più blu, molti più colori freddi. Nel forte linguaggio visivo di Miller questo significa Atene, che significa Europa, ma che significa (anche) democrats, da riscattare proprio in vista di un’unione nazionale. Ritornano invece gli assurdi pettorali nudi e muscolosi, ritorna la messa in scena spiccatamente antinaturalistica. L’utilizzo degli slow-mo nelle scene d’azione è addirittura esasperato, il sangue digitale scorre a fiumi e la violenza finta è onnipresente e multiforme. La ricerca di un linguaggio visivo crudo e immediato raggiunge il parossismo, siamo ai limiti dell’autoparodia. Non c’è dubbio che oggi, nell’era postmoderna e post televisiva, questo modo di comunicare sia estremamente efficace: esiste una coerenza interna nell’operazione. Il messaggio arriva forte e chiaro, ma è un messaggio carico d’odio e di xenofobia, e personalmente credo che la politica estera statunitense abbia già fatto più danni di quel che è lecito continuare a sopportare. Frank Miller, non me ne volere, forse dovresti darti una svegliata.

Come prendere una canzone antimilitarista e piegarla al proprio servizio: la cosa inquietante è che nell’impianto allestito dai produttori la canzone funziona benissimo.

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