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Recensioni | Pubblicato il 10 novembre 2011

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A Classic Education

Call It Blazing

Genere: Indie-Rock

Anno: 2011

Casa Discografica: La Tempesta International

Servizio di:

I 40 °C abbondanti in cui era immersa Lucca lo scorso 9 Luglio, in una Piazza Napoleone ancora piuttosto deserta e letteralmente ribollente forse avevano un po’ condizionato il mio primo incontro con A Classic Education. Mi spiego meglio: si percepiva che qualcosa di convincente stava accadendo lassù sul palco, ma le condizioni un po’ più in basso (e forse anche l’immensa aspettativa per gli Arcade Fire) non avevano permesso che il pubblico si rendesse partecipe della loro performance, o, paradossalmente, che almeno si scaldasse un po’.

 Cambiando totalmente atmosfera arriviamo finalmente a Call It Blazing, primo vero lavoro firmato A Classic Education. Tuffo nel brit più totale, alla faccia delle origini bolognesi (non voglia suonare come una critica, anzi). Si inizia con Work It Out, introduzione di una Baby It’s Fine più che convincente, battuta veloce e brit rock superclassico da vera e propria band made in UK. Grave Bird rallenta, calmando un po’ gli spiriti, con un’introduzione un po’ cupa ed un gingle di sottofondo che ricorda forse un po’ Stop cryin’ your heart out degli Oasis, ma qui siamo totalmente in un altro mondo (oserei dire anche migliore, per molti versi).

 In Gone to Sea (già presente nell’EP che ha preceduto il rilascio dell’album) si riparte con ritornelli che difficilmente si riesce a dimenticare, una ritmica molto valida ed un tocco di violino che dà quella sfumatura nordica da domenica pomeriggio piovosa, molto british. Cambi di ritmo ed interpretazione si alternano poi per una parte centrale molto elaborata e tutto sommato omogenea, arricchita anche da note di organo ed atmosfere malinconiche, interrotte solo dalla spensieratezza e dalla carica diBilly’s Gang Dream.

 Uno dopo l’altro anche i brani della parte finale si snocciolano tranquillamente, senza mostrare variazioni impreviste o anomali fuori tema, sempre sguazzando piacevolmente fra atmosfere malinconische e ballate in bianco e nero molto melodiche. Tra queste spunta anche I Lost Time (anch’essa già presente nell’EP), estremamente cantabile, forse il brano migliore di tutto il lavoro.

 Al solito sono comparse alcune critiche riguardo la scelta di cantare in inglese, fatto che magari ha anche guidato con più facilità l’occhio di Pitchfork sulla band brit-bolognese, ma come ogni altra scelta musicale, stilistica o altro, non credo personalmente che sia da condannare, essendo essa solo un mezzo di espressione come qualsiasi altro.

 Nel complesso un album piacevole, efficace, molto poco italiano ma molto ben curato. Non mi resta, personalmente, che rivederli live per cancellare una prima impressione probabilmente fuori luogo.

Voto: 6,8/10

Tracklist:

  • 1 · Work It Out
  • 2 · Baby, It’s Fine
  • 3 · Grave Bird
  • 4 · Gone To Sea
  • 5 · Place A Bet On You
  • 6 · Billy’s Gang Dream
  • 7 · Spin Me Round
  • 8 · Forever Boy
  • 9 · Can You Feel The Backwash
  • 10 · Terrible Day
  • 11 · I Lost Time
  • 12 · Night Owl

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