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Recensioni | Pubblicato il 8 novembre 2011

Emphemetry

Emphemetry

A Lullaby Hum For Tired Streets

Genere: Post Rock, Ambient

Anno: 2011

Casa Discografica: Triste

Servizio di:

Prima di cominciare desidero fare una premessa: il post-rock e l’ambient, come generi, sono senza dubbio tra i più abusati. Il web è pieno di piccoli blog da dove scaricare senza difficoltà gigabyte interi di ep (o singoli) di giovani band o individui amanti del genere, la cui l’originalità purtroppo è rara almeno quanto la qualità. Trattasi, in gran parte dei casi, di brani assai stereotipati e ripetitivi nello stile. Per questi motivi negli ultimi tempi era cresciuta la mia diffidenza nei confronti di questi imitatori di turno dei Mogwai o degli Explosions in the Sky, e, sempre per gli stessi motivi, la prima volta che ho avuto notizia dell’uscita di A Lullaby Hum for Tired Streets non avevo dato un peso significativo alla cosa, annoverandolo scioccamente tra i sopracitati tentativi di imitare i Godspeed You! Black Emperor, o chi preferite voi.

Poi, pe run motivo o per l’altro, scappa l’occhio sulla copertina, la grafica seducente ti accarezza piacevolmente lo sguardo e decidi di informarti per vedere se valga la pena concedere un ascolto; a quel punto scopri che dietro al nome Emphemetry ci sono due cose che ti fanno sentire un grande imbecille: Triste e Richard Birkin (detto Biff). Vale a dire una etichetta discografica che è senza dubbio una garanzia di qualità e la voce/chitarra di quella perla emo che sono i Crash of Rhinos.

L’ascolto diventa d’obbligo e ti tuffi a capofitto in un album che è un viaggio, un vagabondare per quella che, dal punto di vista di Biff è la sua città Derby, è la città di ognuno di noi quando il cielo è coperto, l’aria è fredda (come dove si trova chi vi scrive) e si gira per le strade meno frequentate per cercare la quiete, la vita vera dei luoghi con i suoi microcosmi ed i suoi tempi lenti; quella parte di sé che la città aveva celato solo per presentarla al tuo sguardo malinconico in un momento in cui, come il buon Werther, avevi bisogno che la natura rispecchiasse il tuo stato d’animo.

Il disco prende il nome da un brano dell’opera prima di John McGregor, “If Nobody Speaks Of Remarkable Things” che, come mi insegna Wikipedia, “portrays a day in the life of a suburban British street”; il titolo non poteva dunque essere più azzeccato considerando come le singole tracce sembrino la descrizione di tanti piccoli cantucci nascosti (per dirla alla Saba), il tutto avvolto da una nebbia che sembra concretizzarsi grazie ai riverberi di sottofondo. A Lullaby Hum for Tired Streets si divide tra tre anime: una più folk, che, ad esempio, emerge con forza in Four Million Silhouettes ed in So Long Magic Helper, dove chitarra e voce trascinano in una sorta di viale al tramonto in mezzo alle montagne.

Una voce, quella di Richard, molto distante dalle sue urla su Distal, pulita, rotonda ed emozionante. La seconda anima è quella ambient, ben evidente nella canzone d’apertura, After Catalunya, che, con i suoi echi e le sue corde pizzicate in modo minimale, crea l’atmosfera adatta per preparare l’ascoltatore all’ingresso nel percorso che la tracklist seguirà. Infine, la terza anima è quella post-rock, ed è, a mio dire, preponderante; la si può trovare con chiarezza in Every Other Second Day, in cui il ritmo e la distorsione delle voci sembrano richiamare un’andatura stanca ed oppressa, o, ancora di più, in Francis Thompson, con i suoi nove minuti di intenso climax sonoro, e col suo ridiscendere in quello sfondo malinconico eppure dolce che caratterizza l’intera opera. Non bisogna poi dimenticare la tiepida A Lullaby Hum, e la gioiosa Five Fields, con i suoi girotondi alla chitarra.

Il brano corale Houses, Empty as Holes è un momento breve ma quasi sacrale all’interno dell’album, mentre la strumentale Emilelodie sfrutta appieno un pianoforte che suona rassicurante lungo tutto il brano per inserire invece un accordo “dubbioso” poco prima della chiusura, a mettere in discussione tutto ciò che aveva premesso. Chiude infine il disco Isaac’s Dream Of Tired Streets, in cui Biff ci e si rassicura con la sua voce calda, come a dirci che anche nella malinconia c’è una dolcezza di fondo di cui godere.

Un’opera quindi consolante e piacevole che ti culla come una ninnananna e che ti rasserena come una passeggiata; alla fine ti chiedi come sia possibile che l’autore sia lo stesso Richard Birkin di Siltwalker o di Asleep, ma evidentemente anche lui soffre di momenti in cui l’umore e le condizioni atmosferiche smorzano i suoi toni aggressivi permettendogli di donarci meraviglie come questa. Un ultimo cenno per informarvi che sul sito di Triste è già in vendita dal 31 Ottobre il vinile dell’album, con una grafica davvero splendida e disponibile (purtroppo) solo in poche copie; per questo fate come me ed affrettatevi.

Voto: 7,8/10

Tracklist:

  • 1 · After Catalunya
  • 2 · Four Million Silhouettes
  • 3 · A Lullaby Hum
  • 4 · Francis Thompson
  • 5 · Every Other Second Day
  • 6 · Five Fields
  • 7 · So Long Magic Helper
  • 8 · Houses, Empty As Holes
  • 9 · Emilelodie
  • 10 · Isaac's Dream Of Tired Streets

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