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Recensioni | Pubblicato il 8 febbraio 2012

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Ofeliadorme

All Harm Ends Here

Genere: Indie Rock

Anno: 2011

Casa Discografica: Autoprodotto

Servizio di:

Prima prova in formato full-lenght per i Bolognesi Ofeliadorme, impegnati in un genere a metà tra l’indie rock, il rock psichedelico ed il dream-pop. Già nel 2009 si erano fatti piacevolmente conoscere attraverso il loro Ep Sometimes It’s Better To Wait, esordio fenomenale contenente tracce d’eccezione come To Wait o 6:17 PM. E non delude di certo il loro primo album completo, in cui sembra che il maggior tempo a disposizione abbia ben influito sullo stile, permettendo di spaziare tra i vari generi con una cura particolare. Parte fondamentale dell’opera è la voce sognante di Francesca Bono, che ricorda Cat Power; ma da non sottovalutare è anche la maestria degli altri componenti della band, capaci di suoni puliti, ordinati, complessi ed eleganti, ma non per questo privi di una forte carica emotiva, quasi alla Radiohead. Un cenno va infine fatto ai testi: onirici ed intimi danno la sensazione di essere avvolti in un mondo al contempo reale ed irreale, ma proprio per questo anche assai crudele.

Il brano d’apertura, Paranoid Park, risulta calmo ma insistente, pacato ma carico di ordinata energia e soprattutto eseguito all’insegna di sonorità evidentemente britanniche. Segue uno dei pezzi migliori dell’opera, Ian, graffiante, fremente ed indie-rock, disegnato con un climax sonoro sia strumentale sia vocale in cui gran merito va dato alla voce della Bono, capace di gorgheggi non da poco. Growl! è carezzevole e dondolante, quasi esotica, ma con un finale pieno, mentre Burning è seducente nel suo procedere con un ritmo ripetitivo ma mai stancante.

Un’aria malinconica si fa strada con The King is Dead che cerca di richiamare la melodia dei pezzi precedenti ma rallentandola e reinterpretandola in versione ballata. I Like My Drums fa riprendere quota e ritmo all’insieme: da segnalare gli assoli di chitarra e, soprattutto i virtuosismi alla tromba di Luca De Marchi nel finale del brano, inserto assai piacevole e di classe. Con lo splendido intramezzo strumentale Leaves of Grass il disco abbandona le sonorità elettroniche per dedicarsi maggiormente al semiacustico: come in Naked Evil, un sogno di arpeggi e di brevi inserti al pianoforte scandito da un ritmo marziale ma gentile, che ricorda sonorità dream-pop simili a quelle degli School of Seven Bells. In The Wizard, The Witch and The Crow lo stile punta maggiormente sul folk, mentre River è più lenta e dreamy, e avanza in un poderoso crescendo finale che ha un qualcosa di epicheggiante e motivazionale. Infine, il brano conclusivo è il dolce Eve, pieno di riverberi alla Boxharp e con una parte vocale che regna sugli strumenti, quasi un cucchiaio di miele per lasciare all’ascoltatore una piacevole sensazione di quiete.

Un album, dunque, assai valido, che accompagna ed accarezza, ma che è anche in grado, in alcuni punti, di infiammare l’animo. Sicuramente una prova riuscita per questo gruppo emiliano, ingiustamente poco conosciuto nel nostro paese; speriamo che All Harm Ends Here possa diventare per loro un buon trampolino di lancio per emergere nel panorama musicale italiano, troppo spesso insensibile e pieno di pregiudizi verso i suoi frutti anglofoni, sovente costretti a cercar fortuna all’estero.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Paranoid Park
  • 2 · Ian
  • 3 · Grow!
  • 4 · Burning
  • 5 · The King Is Dead
  • 6 · I Like My Drums
  • 7 · Leaves of Grass
  • 8 · Naked Evil
  • 9 · The Wizard, The Witch and the Crow
  • 10 · River
  • 11 · Eve

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