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AMAReCORD | Pubblicato il 1 ottobre 2012

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo fare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente  avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.  

Inauguriamo questa nostra nuova rubrica con uno dei più grandi artisti della scena contemporanea italiana: Umberto Maria Giardini (meglio conosciuto come Moltheni). Qualche settimana fa ha pubblicato il suo ultimo album intitolato “La Dieta dell’Imperatrice” (la nostra recensione dell’album è a quest link), il primo con il suo vero nome in copertina. Il Nostro Mario Esposito lo ha definito così:

Così, completata la muta, come un serpente cui ormai la vecchia pelle stava stretta, Umberto Giardini pone a sigillo della sua trasformazione e crescita un album che non si stenterebbe a definire una vera e propria perla, pressoché privo di punti deboli e in grado di emozionare e rapire letteralmente l’ascoltatore come solo pochi prestigiosi lavori riescono a fare: un gioiello.”

Umberto ha scelto di parlarci di Meat is Murder, il secondo album degli Smiths (stessa formazione del debutto: Morrissey, Johnny Marr, Andy Rourke e Mike Joyce)  e pubblicato nel 1985. Ecco le sue parole:

Un disco che come tanti, ma più degli altri, ha influenzato quello che poi sarebbe stato il mio lavoro fu “Meat is Murder” degli Smiths / Rough Trade 1985.

A colpirmi fu essenzialmente l’eleganza e la potenza di quegli accordi sbilenchi e perfetti allo stesso tempo  che mani cesellatrici avevano scritto per una voce ideale  e sognatrice come quella di Morrissey da giovane.

Molto di quello che in futuro ha caratterizzato la mia scrittura, porta nella sua valigia sempre il ricordo di quel meraviglioso disco, più che mai (a mia idea) rappresentante degli anni ’80, così superficiali e poveri di buona musica. Quella luce rarefatta, quella tristezza appagatrice e quella purezza di suono e di intenti, salvò la mia anima di post-adolescente.

Un disco senza tempo, e anche se forse con un suono un po’ datato, comunque un capolavoro nel suo genere irripetibile.

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