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AMAReCORD | Pubblicato il 19 gennaio 2015

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

Stefano Guzzetti

Il primo protagonista di questo 2015 è Stefano Guzzetti pianista sardo che vi abbiamo presentato quest’anno e che è stato uno dei protagonisti del 2014 con l’album At Home. Piano Book (Volume One). Nel 2015 è prevista l’uscita di un nuovo lavoro. Ecco un estratto della recensione dell’album: “Stefano Guzzetti si dimostra non solo un musicista eccezionale ma anche un compositore dotato di un’elevata sensibilità artistica: note di pianoforte che si trasformano in un racconto dalla forza narrativa notevole. Uno dei casi in cui lo strumento è più forte della parola”.
Contatti: http://www.stefanoguzzetti.com/file/home/home.html

4AD-Lonely-Is-An-Eyesore

Stefano Guzzetti ha deciso di raccontare Lonely is an eyesore del 1987 (Artisti Vari, 1987). Ecco le sue parole:

Lonely is an eyesore’ non è semplicemente una compilation, è innanzitutto la consacrazione di un’estetica musicale e visiva, uno dei dischi che non ho mai smesso di ascoltare da quando nel 1989 mi ci imbattei per la prima volta. Per me era arte allo stato puro ma anche innovazione, come del resto lo è adesso nella ciclicità dei periodi stilistici. È il frutto di una visione che è musicale, di design, filmica, tattile.

Uscito con il marchio 4AD nel 1987 per il volere di Ivo Watts-Russell, allora a capo della label, è la quintessenza di un’etichetta che aveva un’assoluta consapevolezza della propria direzione stilistica, mai unica e ripetitiva eppur sempre coerente e riconoscibile.

Dall’apertura cut&paste di ‘Hot Doggie’ dei Colourbox, grandi anticipatori del sampling di massa – non a caso membri di ciò che diventerà il progetto M|A|R|R|S e dell’inaspettato successo interplanetario di ‘Pump Up the Volume’ – ingiustamente sottovalutati nel corso dei decenni a venire, al post rock di ‘No Motion’ dei Dif Juz, brano dalle immense esplosioni sonore che seguono passaggi di finta quiete, e alle atmosfere sognanti di ‘Crushed’ dei Cocteau Twins, fino alla suite orchestrale di nove minuti ‘The Protagonist’ dei Dead Can Dance, che chiude il disco in maniera epica e gloriosa: ‘Lonely is an eyesore’ porta l’ascoltatore in quelle che ai tempi erano tutte le facce di una visione musicale unica e molteplice, quella della mente di Ivo Watts-Russell, qui presente con il suo progetto This Mortal Coil nel brano ‘Acid, Bitter & Sad’.

Tutti i brani presenti non sono pubblicati in altri album, tranne il brano ‘Frontier’, qui nella sua versione contenuta nel primo demo mandato dai Dead Can Dance all’etichetta nel 1984. Sono left-overs di sessioni di registrazione (‘The Protagonist’ scritto da Brendan Perry e tratto dal periodo di ‘Within the Realm of a Dying Sun’), brani ripescati da vecchi demo e tirati a lucido (‘Muscoviet Mosquito’ dei Clan of Xymox), tracce scritte apposta per l’occasione (‘Cut the tree’ the Wolfgang Press’ e ‘Crushed’ dei Cocteau Twins). Tutti meticolosamente compilati da un Ivo sempre più consapevole che era oramai venuto il momento di suggellare un’era ed aprirsi a nuove frontiere oltreoceaniche, timidamente abbracciate con le Throwing Muses e gli Ultra Vivid Scene, e poi immensamente amate con i Pixies, le Breeders, i Red House Painters, per citarne alcuni, in una seconda età d’oro per la label inglese, quella dei primi anni ’90.

‘Lonely is an eyesore’ non è solo musica, è anche immagini in movimento. Curati da Nigel Grierson, allora fotografo in-house, che insieme al designer Vaughan Oliver formava il duo ’23 Envelope’, i nove video dei brani costituivano la controparte visiva dei vari stili presenti: dal genere finto-poliziesco e umoristico di ‘Hot Doggie’ dei Colourbox, alle atmosfere degne del miglior Tarkovskij di ‘The Protagonist’ e ‘Frontier’ dei Dead Can Dance, passando per le luci sgargianti e malinconiche di ‘Muscoviet Mosquito’ dei Clan of Xymox e ‘Crushed’ dei Cocteau Twins.

‘Lonely is an eyesore’ è però anche design, stile, forma e materia. La passione per le immagini, la tipografia – prova ne sia la ‘L’ del titolo il cui font è stato modificato da Vaughan Oliver in modo da ottenere un viso stilizzato, stessa operazione poi ripetuta con la ‘V’ di ‘Viva’ delle Xmal Deutschland – e il packaging, portarono Ivo Watts-Russell a declinare questa release in addirittura sei versioni: vinile, cassetta, compact disc, vhs, vinile gatefold in una tiratura limitata di 1000 copie contenente il catalogo con tutte le release della label fino ad allora. A questi si aggiunge il cofanetto in legno realizzato in tiratura ultra limitata di sole 100 copie destinate ad artisti, distributori e al mail order, e contenente il vinile gatefold, il cd, la cassetta, la vhs, e una stampa litografata. Tutt’oggi un esemplare di arte del design, una copia del quale è parte della mostra permanente del Victoria & Albert Museum di Londra.

Lo avevo detto, non si trattava semplicemente di una compilation, ma di un modo di intendere la musica e l’arte a tutto tondo. Forse anche la vita, per me senza dubbio. Simbolo di un marchio leggendario, vivo ancora oggi ma privo oramai di qualsiasi identità, sia essa ritenuta debole o forte. Marchio di fabbrica di uno stile che nei decenni a venire ha aperto le strade della mente di musicisti, grafici, registi, fotografi, scrittori e creativi in genere. 

‘Lonely is an eyesore’ è davvero, per me, la summa di un periodo dell’arte contemporanea. Soprattutto, è uno dei dischi che mi ha insegnato ad amare la musica in quanto non successione di suoni ma universo vasto e multiforme.

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