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AMAReCORD | Pubblicato il 24 febbraio 2014

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo fare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente  avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

Meteor

Quattordicesimo ospite della nostra rubrica è uno dei gruppi che maggiormente abbiamo apprezzato nel 2013: i Meteor. La band bresciana è composta Andrea Cogno e Giuseppe Mondini.  Hanno debuttato l’anno pasato con Cò Còl e Raspe (Villa Inferno, Off-set, Dischi Bervisti, Sangue Dischi, Neon Paralleli, Only Fucking Noise). Ecco un estratto della recensione di Andrea Nannerini:

“La materia sonora è esplosiva: un incessante botta e risposta di chitarra e batteria sparate a velocità massima all’incrocio tra virulenza noise, math rock e free caciara, il tutto arricchito/disturbato da inserti di elettronica spastica e, in paio di brani, dal vociare demenzial-giocoso di due ospiti. [...] In definitiva, si tratta sì di dieci minuti scarsi, che hanno però dalla loro impatto e freschezza invidiabili, una vitalità e un gusto del caos di genere difficilmente ravvisabili nel contesto italico. Se è poi proprio necessario un paragone, potrei metterla in questi termini: il suono che fuoriesce dallo sfregamento delle Melt Banana di “Scratch or Stitch” e dei primi Naked City. Con una puntata random dei Teletubbies in sottofondo”.

A-Saucerful-Of-Secrets

I Meteor hanno deciso di raccontarci A Saucerful of Secrets dei Pink Floyd (1968, Columbia/Capitol). Ecco le loro parole di uno dei suoi componenti:

A Saucerful of Secrets è il secondo disco dei Pink Floyd, un disco di transizione segnato dalla presenza congiunta di David Gilmour e Syd Butterr, che firma solo un pezzo dei 7 contenuti nel disco e interviene sporadicamente in altri.

E’ un Potpourri tra la onnipresente lucidità compositiva della premiata ditta Waters/Gilmour/Wright (determinante nel disco il suo uso delle tastiere) e le allucinazioni del Cappellaio.

Da piccolo per me i Pink Floyd erano “quelli degli effetti speciali”, dei laser, delle luci, della pulizia sonora.

Era l’idea che mi ero fatto guardando un loro live degli anni 90, che, beata ignoranza, invece rappresentava proprio la parte conclusiva della loro carriera.

Solo più avanti, a 14 anni, un amico di mio padre appassionatissimo dei PF mi copia questo disco su una cassetta, direttamente dal vinile: potete solo immaginare la schifosa qualità audio della registrazione!

Fu una grandissima scoperta, un disco cosmico, a tratti disarmante.

Ascoltavo la traccia 5 (A Saucerful of secrets) sempre prima di addormentarmi.

Era un mostro tricefalo, un viaggio, un’ascensione che partiva sott’acqua e che lentamente mi toglieva il respiro, mi catapultava sulla terra ferma al centro di una battaglia e mi lanciava in alto fino al cielo e oltre, senza lasciarmi scampo.

“And I’m most obliged to you for making it clear

That I’m not here” (Jugband blues)

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