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AMAReCORD | Pubblicato il 20 gennaio 2015

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

Xu

Il secondo ospite di questo nuovo ciclo è Nicola Fornasari che vi abbiamo presentato con il progetto Xu, progetto nato nel 2010. La sua carriera a metà degli anni ’90 come bassista degli Entropia. Dal 2007, inizia l’attività solista con vari moniker (Xu, Xu(e), La Petite Vague, ZWenS). Nel 2014 è uscito l’album Seaweeds in collaborazione con Rooms Delayed. Ecco un estratto della recensione: “Un’autentica perla che va oltre alla suggestione e che scava in profondità l’emotività dell’ascoltatore che, da naufrago in quel mare rappresentato nell’artowork, rinsavisce, raccoglie le idee e arriva metaforicamente alla riva dell’ignoto. Il potere misterioso comunicativo della musica“.

Time+Machines+coil

Nicola Fornasari ha deciso di raccontarci Time Machines dei Coil (Eskaton, 1998). Ecco le sue parole:

Una decina di anni fa circa ho attraversato un lungo periodo di ossessione (nel senso positivo del termine) per la vastissima e variegata produzione musicale dei Coil. Tutt’ora, malgrado sia parecchio tempo che non ascolto più un loro disco, mi basta poco per rievocare quanto emotivamente e fisicamente mi dava la loro musica, restituendomi immediatamente quel piglio controverso, scuro, ma anche ironico e bizzarro, di cui era imbevuta la loro estetica.

Malgrado sia un devoto della voce incredibile di John Balance, di molti dei suoi testi e suggestioni, il disco di cui voglio parlare è Time Machine del 1998 che è costituito da quattro lunghi brani drone completamente strumentali (ad opera di Christopherson, Balance, Breeze e McDowall).
Il motivo per cui l’ho scelto è che forse si tratta del loro disco che ho ascoltato più volte, come se una forza irrazionale (proprio di questo si tratta) mi spingesse ad “assaggiare” continuamente la qualità fondamentale che l’opera possiede: alterare la percezione del tempo, il potere di far sprofondare l’ascoltatore in una sorta di trance lucida, a dimostrazione che il concetto di tempo non riguarda lo spirito, ma è una creazione della mente.

Ed è proprio il concetto profondamente spirituale che sta alla base di questo disco che da sempre mi ha attratto: la dissoluzione del tempo. Secondari sono, a mio avviso, il fatto che i brani si intitolino come più o meno note sostanze stupefacenti (tra cui la tanto amata psilocibina o la telepatina, l’alcaloide responsabile delle visioni procurate dallo yage) o il riferimento in copertina allo specchio azteco di ossidiana di John Dee.
Musicalmente, Time Machine paga certamente tributo all’esplorazione del rapporto tra frequenze di La Monte Young; realizzati con un mono synth modulare, i drone mantengono una certa similarità tra le varie tracce, ma shiftano senza che in realtà si percepisca chiaramente la loro alterazione, cambiano senza mai diventare troppo violenti anche se “riempiono” completamente l’ambiente in cui vengono riprodotti. Sicuramente da ascoltare ad alto volume.

Turn it on, tune in, and dissolve.

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