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AMAReCORD | Pubblicato il 20 marzo 2014

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

Junkfood

Ventiduesimo ospite della nostra rubrica è un gruppo che ha già segnato l’anno musicale in corso. Stiamo parlando dei Junkfood (Paolo Raineri, Michelangelo Vanni,  Simone Calderoni e Simone Cavina). Dopo il debutto con Transience, il gruppo è tornato con un formidabile secondo disco intitolato The Cold Summer of the Dead. Il disco è stato registrato in presa diretta a novembre 2012 alle Officine Meccaniche di Milano da Tommaso Colliva (produttore per Calibro 35, Afterhours, Verdena, Muse e molti altri) e mixato sempre dallo stesso Colliva. Ecco un estratto della nostra recensione:

“La capacità del gruppo, in questo secondo episodio della loro carriera, è stata quella di non fermarsi al background di riferimento e agli sviluppi accennati nell’esordio. C’è stata una evoluzione ragionata del suono che ha rafforzato la personalità del gruppo che ha una naturale propensione all’esplorazione e alla ricerca ma senza scadere nell’autoreferenzialità e i tecnicismi”.

Talk_Talk_-_Spirit_of_Eden_cover

I Junkfood hanno deciso di raccontarci Spirit of Eden dei Talk Talk (1988, EMI). Ecco le loro parole:

Un gruppo di scarsa se non infima notorietà – quale potrebbe benissimo essere il nostro – deve andare incontro a dei compromessi e rinunciare a quasi tutte le comodità caratteristiche della vita moderna quando viaggia. Arrivi sul posto, scarichi, monti, fai il soundcheck, mangi, fai ciò per cui sei effettivamente lì ovvero suonare, smonti e vai a dormire. In quest’ordine rigoroso altrimenti il gioco non funziona. Il mattino dopo si ricomincia da capo.

In quest’affanno, l’unica costante è il furgone (o, in generale, il mezzo di locomozione), che diventa il solo ambiente familiare. Nei lunghi viaggi stipati tra la strumentazione, gli unici appigli sono la reciproca compagnia e quell’alito d’aria condizionata che sibila indolente dall’impianto nei mesi più caldi, vessando il motore più di un calcio nell’inguine ben assestato. Ma soprattutto la musica.

Il viaggio alla volta di Milano per registrare il nuovo disco non è diverso dagli altri. Siamo stracolmi di roba, persino più del solito, e fa freddo. Fortunatamente il riscaldamento funziona in modo più efficiente del condizionatore ed il disagio è attutito. Anzi, dopo poco un gradevole tepore avvolge l’abitacolo, i vetri si appannano ed il furgone diventa un caldo, seppur scomodo, giaciglio al riparo dall’autunno.

La musica, dicevamo. E’ continuamente accesa e di solito c’è grande bagarre su cosa ascoltare, e volano anche parole grosse. Ma non oggi. Qualcuno, senza proferir parola, mette su “Spirit of Eden” dei Talk Talk e piomba il silenzio. La scelta non è casuale: ha occupato un posto centrale nel pantheon dei dischi guida per la realizzazione di quest’album sin dalle prime fasi di gestazione, ed è stato oggetto di approfondite disamine, dentro e fuori il furgone.

Abbandonato definitivamente qualsiasi elemento pop del loro passato recente, Mark Hollis e Tim Friese-Greene si rinchiudono nei Wessex Studios di londra tra il 1987 ed il 1988 per partorire uno degli album più affascinanti, raffinati e profetici degli ultimi trent’anni. Dal post-rock alla musica da film, dall’ambient all’art rock, è immane il numero degli artisti in debito con questo lavoro (tra cui isottoscritti).

A colpirci più di ogni altra cosa sono il sound e la struttura narrativa di questo disco. Gli strumenti acustici (17 gli strumentisti coinvolti in totale) sono assoluti protagonisti del lavoro di Hollis e soci, che avrà a dire che il precedente utilizzo di strumenti di sintesi che aveva caratterizzato gli esordi della band fosse dovuto esclusivamente a questioni pratiche e di budget. Qualsiasi scusa ci sta bene, purchè porti ad un’opera del genere. Ore ed ore di sessioni minuziosamente rimontate e rielaborate, in un processo del tutto analogo ad un altro album che ha irrimediabilmente segnato le nostre vite, ovvero Bitches Brew di Miles Davis.

L’incedere è lento, non ha alcunché degli svolgimenti e degli sviluppi di qualsiasi disco pop. I brani, i temi, gli strumenti, si materializzano come fantasmi e si succedono in un flusso di coscienza. I suoni sono lasciati liberi di viaggiare e di creare dinamiche abissali in un fluire maestoso, grazie anche ad un’opera di spazializzazione sonora senza precedenti per profondità, chiarezza cristallina e calore (ascoltarlo in mp3 è come ficcare un calzino in bocca alla regina, vi abbiamo avvertiti).

Il risultato è spaventosamente moderno. Capita talvolta, in certe opere seminali, di trovare comunque qualche elemento che ha retto meno di altri aspetti il passaggio del tempo e di formulare il nostro giudizio al netto di quelle considerazioni. Ma non è questo il caso. “Spirit Of Eden” è perfetto pur essendo largamente in anticipo sui tempi, senza alcun tipo di ingenuità o ridondanza, senza nessuna sbavatura, quasi fosse una sorta di commento – brillante eed ispirato – agli ultimi vent’anni appena trascorsi”.

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