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AMAReCORD | Pubblicato il 1 luglio 2014

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

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Il nuovo ospite della nostra rubrica è Luca Andriolo dei Dead Cat in a Bag. Qualche settimana fa vi abbiamo presentato il secondo album in studio Late for a Song, tra i migliori lavori ascoltati quest’anno. Ecco un estratto della nostra recensione: “Questo nuovo album a livello cromatico è la naturale prosecuzione  del precedente ma c’è una sottile differenza: nella descrizione del primo lavoro i riferimenti erano ben precisi e individuabili (e anche noi non ci siamo sottratti al citazionismo); le quindici nuove composizioni sono il risultato di un affinamento del progetto che innalza il livello dell’identità del gruppo, sviluppando di conseguenza un’immediata riconoscibilità su vari piani da quello strettamente musicale a quello della scrittura e naturalmente quello vocale“.

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Luca Andriolo  ha deciso di raccontare Nebraska di Bruce Springsteen (1982, Columbia Records). Ecco le sue parole:

“Probabilmente, lavorando per il successo planetario a colpi di rock muscolare e pop magniloquente, il Boss si è causato il sospetto nei suoi confronti che popola l’ambiente dei musicofoli indie eccetera eccetera.  Però, fatta la tara di alcuni scivoloni commerciali innegabili (ma sempre di solido fattura), il Boss ha anche scritto Nebraska. La canzone e l’album. E all’epoca in cui passavo i miei giorni e le mie notti di quattordicenne ad ascoltarlo, be’, era una cosa del tutto impopolare. E quindi alternativa! I miei compagni di classe ballavano Madonna, canticchiavano Michael Jackson, adoravano Jovanotti, che ancora non era un barbuto santone di sinistra, ma un giovane modaiolo e reazionario: proporre ballate scarne e malinconiche era come voler mettere fine alla festa. E adesso che abbiamo perdonato al compianto Lou Reed atteggiamenti anche più borgatari, adesso che abbiamo visto Nick Cave continuare per anni a dolersi di gamba sana per puro mestiere, riesumando un garage che non echeggia neanche lontanamente la furia degli inizi, è il momento di ripensarci. Ora che Johnny Cash è morto e gli hipsters vanno in visibilio per il baritono forzato di Micah P. Hinson, ora che anche il low-fi del miglior Bonnie Prince Billy è un ricordo, quel vinile acquistato un sabato pomeriggio, con un colpo di testa letale sul capitale di paghette ammonticchiate da mesi, è l’unico che mi venga in mente quando mi si chiede di scrivere una recensione personale su un disco della vita. Anche se faccio un’altra musica e i riferimenti che la critica tira in ballo sul mio lavoro sono altri.  E altri ancora sono quelli che so di portare addosso, anche se non sempre sono evidenti. Però, Springsteen c’è. Insieme a Scott Walker, di fianco a David Tibet. Sta nel mio pantheon personale, con camicia a quadri, e chiacchiera con Neil Young, gioca a biliardo con Howe Gelb, parla di Bob Dylan con Willie De Ville e Mark Knopfler. L’altro Springsteen, quello vero, continua a fare concerti ai quali, sinceramente, per molti motivi, io non vado più. Sono povero, sono nostalgico, non amo più gli show musicali nei palazzetti. Certo, continuo a sognare un tour solista, in acustico. Perché quella è la musica che preferisco.

Ma torniamo a Nebraska. Al tempo non capivo tutto dei testi e mi accontentavo di passi faticosamente tradotti. Certo, capivo “meanness”, capivo “nowhere”… e le storie, man mano che le ricostruivo, mi parevano del tutto diverse da quelle del mio adorato Dylan (altro mito giovanile, che non mi ha mai abbandonato). Ma qui non c’era un tentativo di fare poesia, non c’erano strofe sonore, perfette, fatte di immagini nette e polivalenti, non c’era nemmeno mitologia. C’era una sorta di realtà, fatta di cose comuni, fotografata nei suoi aspetti più inquietanti. La lingua era colloquiale, narrativa, le immagini erano avvolte dal chiarore crepuscolare della melodia. Più che un pittore, Springsteen era un cineasta. Un documentarista dei tempi della Grande Depressione, però calato in un presente senza tempo, in cui i miti del West si uniscono alle luci delle slot machine. Le strade di notte sono le stesse musicate da Ry Cooder, ma le pianure lunari delle badlands vengono da Woody Guthrie, insieme alla struttura elementare, alla melodia quasi atavica. Anni dopo, avrei ripensato a Nebraska leggendo Edgar Lee Masters. E ancora dopo, ci avrei ripensato leggendo i racconti di Carver. All’epoca, però, la musica era abbastanza per fantasticare: era dolce ma non suadente, la voce era trasognata, roca ma non cavernosa, gli arpeggi impercettibili, l’armonica essenziale e monotona, ma necessaria. Era il folk più spettrale che riuscissi a immaginare. Di grande qualità: ancora oggi, metto quel disco insieme ai miei favoriti Cohen, Drake, Kristofferson. Ora so che Nebraska è la murder ballad più truce che sia mai stata scritta, nonostante la musica malinconica e la linea melodica così straziante: lontano dai mucchi di cadaveri e dai finali romantici di un Cave, lontano dalle cronache disincantate e impegnate del famiglicidio del povero Hollis Brown dylaniano, persino lontano dalla tradizionale attrazione per la tragedia, il delitto e il castigo che Johnny Cash traeva dal country più popolare, nel brano c’è quel verso finale che estende il nonsenso ad una sorta di nichilismo ontologico, più che esistenziale: “Volevano sapere perché ho fatto ciò che ho fatto, be’, signore, credo ci sia tanta cattiveria al mondo”.

La storia vera di Charles Starkweather e Caril Ann Fugate non poteva avere una chiusa migliore; neanche il film di Terence Malick scava tanto in profondità. Da Highway Patrolman, Sean Penn ha addirittura tratto un film: quanti autori di canzoni possono scrivere storie tanto potenti, nel corso di qualche strofa? Mansion on the Hill è il rifacimento di un brano di Hank Williams, State Trooper un blues nero come la pece, My Father’s House una ballata greve e senza speranza, Reason to Believe un folk-blues quasi stentato, scheletrico, che snocciola immagini drammatiche e iconiche quali un uomo di fianco a un cane morto, sulla strada, un vecchio che muore in una stanza imbiancata, una sposa lasciata sola all’altare, un bambino immerso nell’acqua del fiume per il battesimo. America allo stato puro, con le sue ingenuità, le sue ossessioni. Come un film di Altman. Come una sceneggiatura di Eastwood.  Come uno Steve Earle meno ostentatamente schierato, nonostante il colletto blu che Springsteen non disdegna d’indossare e che ritornerà nel bellissimo The Ghost of Tom Joad. E la cosa convincente è che il rocker milionario non si finge mai uno dei propri protagonisti. Non lo vedremo mai abbaiare alla luna come il coetaneo Tom Waits, che tenta di convincerci (con una innegabile , potentissima teatralità) di essere un senzatetto della Bowery. Springsteen è un cantastorie separato dalle vite che racconta, e insieme le sue interpretazioni sono sempre calde, vissute, partecipate, credibili. Anche i detrattori devono ammettere che il rocker di Freehold sia uno dei cantanti più persuasivi, specialmente dal vivo. Pochi giorni fa leggevo un articolo n cui si parlava, per l’appunto, della improbabile coppia Springsteen-Waits (uniti solo da una splendida Jersey Girl), in chiave dicotomica: il critico sosteneva che il modo del vecchio Tom di fare i conti con il sogno americano fosse doloroso e impietoso, mentre trovava romantica, ingenua e pacificatoria la riflessione del buon Bruce. Ed ecco, non sono affatto d’accordo: Waits dà ai suoi diseredati un cappello sfondato, un romanticismo eroico, una estetizzazione europea; i personaggi di Springsteen hanno invece tutto il peso della banalità del reale, con cui fare  conti a colpi di slogan svuotati di senso. Ci sono cose, nelle canzoni, che non riescono a credere nemmeno loro. Ci sono mille corse in auto da film, che però non portano da nessuna parte. In Atlantic City, l’io narrante dice: “Tutto muore, è un fatto, ma forse tutto ciò che muore un giorno tornerà indietro, perciò pettinati i capelli, truccati bene e vediamoci stasera ad Atlantic City”. La storia è quella di un uomo sommerso dai debiti che finisce invischiato in una storia di mafia che nemmeno comprende. La musica è un folk disadorno ma ipnotico, con un ritornello che pare finire ogni momento, ma si trascina ancora per una battuta, per un’altra parola. Una delle punte di un disco registrato in casa, su un Tascam a quattro piste, in tempi non sospetti. Certo, con gli anni i miei gusti sono cambiati e alcune cose di Springsteen adesso sono più lontane dai miei ascolti, ma lo schema uno-quattro-cinque che percorre quasi tutti gli accordi del disco, forse per la loro basilare semplicità, ce l’ho ancora dentro.  Sono le prime canzoni che ho imparato a suonare. Sono quelle che ancora mi commuovono se le provo da solo, la domenica pomeriggio. E Nebraska è un disco che ascolto ancora”.  

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