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AMAReCORD | Pubblicato il 3 luglio 2014

AMAReCORD – La Musica racconta la Musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

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Ospite di questo nuovo episodio di AMAReCORD è Andrea Romano aka Il Fratello, cantautore siciliano che ha suonato negli anni con Albanopower, Mauro Ermanno Giovanardi, Matildamay, Colapesce e altri.

Il suo esordio omonimo è uscito ad Aprile 2013 per I Dischi del Minollo/Audioglobe e vede come ospiti gli stessi Mauro Ermanno Giovanardi (La Crus), Colapesce e Cesare Basile.

L’album ha riscontrato una notevole attenzione da parte di critica e pubblico ed è stato tra i cinque finalisti al P.I.M.I 2013 (Premio Italiano Musica Indipendente) come miglior disco d’esordio.

Il nuovo lavoro, in fase di lavorazione, uscirà invece a fine 2015.

Il Fratello è stato protagonista con il brano “Cos’ha che il mio mondo non ha”, nello scorso mese di febbraio, del nostro controfestival di SoMremo (disponibile ancora qui lo streaming: https://sonofmarketing.bandcamp.com/album/somremo-2014)  del quale è risultato vincitore con il 24% dei voti.

Elliott-Smith-Figure-8-Vinile-lp2

Andrea Romano ha scelto di raccontare Figure 8 (2000, MCA Japan) del compianto Elliott Smith.

Elliott Smith entrò nella mia vita con un una potenza devastante e risolutiva. Era l’ottobre del 2000 e in quel periodo con la mia vecchia band, i Matildamay, si girava parecchio.

L’entusiasmo dei vent’anni e alla guida un sobrissimo Paolo Mei. Una sera ci trovavamo a sbevazzare nel nostro pub ritrovo ad Ortigia, Il Dr.Sam, locale nel quale abbiamo costruito e determinato tra i 20 e i 30 anni molti degli ascolti e dei progetti che sono poi venuti fuori negli anni.

Ad improvviso il pianoforte di Everything Means Nothing to Me fermò ogni chiacchiera.

Ebbi una sorta di sensazione sinestetica che coinvolse tutti i miei sensi. Scrivere di un disco in particolare è una cosa quasi impossibile per un musicista. Ne pensi moltissimi e tantissimi hanno costruito il gusto e la direzione che nel tempo si è presa artisticamente.

Ho pensato però che raccontare questo disco di Elliott Smith sia un po’ come fotografare un momento della mia vita che riguarda soprattutto la fase embrionale della scrittura delle mie canzoni.

Fino a quel momento le canzoni le facevamo in quattro. E le facevamo per un progetto comune. I Matildamay appunto.

In quel periodo iniziò invece il mio personale modo di rapportarmi alla scrittura, cantando ciò che scrivevo.

Mi sembra scontato puntualizzare che non è stato solo grazie a questo disco che ho iniziato a scrivere. Ma mi sembra bello che nell’insieme degli ascolti fatti precedentemente negli anni e che hanno avuto un’importanza fondamentale nella crescita e nella formazione del mio gusto, questo disco rappresenta il limen temporale superato il quale è iniziato quel percorso, a tratti simpaticamente grottesco, del mio avvio alla canzone.

C’è davvero poco da dire su questo disco.

Sulla straordinaria eleganza melodica e spessore letterario.

Ascoltando le tracce oggi ho la sensazione, anche umanamente dettata dal destino tragico che ha coinvolto Elliott Smith, che i ricordi che galleggiano nella mia mente siano velati di una bellezza e profondità uniche.

Credo che questo accada solo con i dischi che cambiano davvero il modo di approcciare alla propria quotidianità.

O, come nel mio caso, che casualmente regalano una cosa nuova e splendida come la magia della scrittura.

Le canzoni contenute in Figure 8 sono 16, ed ognuna la considero una piccola perla costituita d’incanto.

La mia valutazione personale non riguarda solo lo spessore letterario e la dolcezza infinita di un uomo e di un dolore che trovo a tratti molto vicino al mondo di Mark Linkous.

Ma soprattutto la costruzione melodica e musicale assimilabile ai grandi di tutti i tempi come John Lennon e Neil Young.

La voce che rotola sugli accordi di acustica magistralmente suonati in thumbpicking;il pianoforte, la telecaster e il twin reverb; le batterie riprese lasciando suonare l’ambiente in cui sono state registrate e quel suono d’insieme riconoscibile sin dalla prima nota.

Ogni cosa è al suo posto nel mondo di Elliott Smith e di Figure 8.

Ogni cosa.

Ci si perde dentro e quando la canzone finisce, non riesci a fare a meno di riascoltarla.

E poi quando si ha vent’anni la suggestione è più forte di ogni cosa.

Provi a cantarle, a farle tue, e immediatamente riconosci la difficoltà della linea vocale e del movimento armonico degli accordi che la tua mano prova a riprodurre col capotasto cercando le posizioni originali.

Non c’è nulla da fare, Elliott Smith è difficile da suonare e da cantare.

Ma ti entra dentro con tutta la sua poesia e non ti lascia più.

Tutto è iniziato in quegli anni, e anche se il rapporto con la musica è cominciato sin dalla culla, non dimenticherò mai la voglia di scrivere che mi prese in quel periodo e che non mi ha mai più lasciato.

Nel periodo dopo Figure 8.”

- “What I used to be will pass away and then you’ll see

That all I want now is happiness for you and me” -

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