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AMAReCORD | Pubblicato il 22 gennaio 2015

AMAReCORD – La Musica racconta la musica è uno spazio nel quale i musicisti raccontano il disco di un altro artista o gruppo (del passato o contemporaneo). Vogliamo creare una piccola raccolta di brevi racconti scritti da chi la musica la fa: il primo approccio con quel particolare disco, le influenze che ha eventualmente avuto sulla sua musica e l’analisi di alcuni brani. Un modo per far rivivere i dischi che hanno fatto la storia della musica e anche un modo per esplorare album più di nicchia, oltre a poter conoscere meglio l’artista che gentilmente si cimenta nella scrittura dell’articolo.

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Terzo ospite del nuovo ciclo di AMAReCORD è Teho Teardo, uno dei più importanti e talentuosi musicisti e compositori contemporanei. Nel 2013 vi abbiamo parlato della sua collaborazione con Blixa Bargeld (Still Smiling ) e del suo lavoro solista Music for Wilder Mann. E’ tornato nel 2014 con un nuovo album intitolato Ballyturk (di cui ci occuperemo a breve), fra i migliori lavori dell’anno appena finito. Inizialmente concepite per l’omonima opera teatrale di Enda Walsh, le musiche di Ballyturk sono state poi rielaborate e incise da Teardo in questo nuovo album in cui compaiono anche Joe Lally (Fugazi) e Lori Goldston, violoncellista dei Nirvana.

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Teho Teardo ha deciso di raccontare Advantage dei Clock Dva (1983, Polydor). Ecco le sue parole:

Avrei voluto segnalare un album ignorato dalla quasi totalità della stampa italiana, si tratta di Sonno di Alessandro Cortini, membro dei Nine Inch Nails, ma vedo con piacere che voi ne avete parlato e così metto su un disco che avevo voglia di riascoltare da tempo, si tratta di Advantage dei Clock DVA. 

Ne ho una copia in vinile che acquistai a Udine quando uscì. C’era un negozio di dischi vicino alla stazione dei treni. Vivevo a Pordenone e studiavo a Udine, passavo un paio di pomeriggi la settimana lì così i miei genitori mi davano dei soldi per il pranzo.
Con quei soldi ho solo comperato dischi per tutti gli anni delle superiori. Appena uscito da scuola andavo con un gruppo di amici a rubare qualcosa da mangiare nel supermercato per poi trasformare i soldi del pranzo in un vinile.
Advantage venne pubblicato nel 1983, avevo solo 17 anni. Rimasi allibito quando lo ascoltai per la prima volta, ma questo non è così importante, solo che si tratta di un album che ho continuato ad ascoltare negli anni come una sorta di test sulle progressioni dei miei ascolti e di auspici circa le mie speranze sullo sviluppo della musica.
Per me è un album importante per quanto prometteva, per quanto indicava, per il coraggio di mettere in copertina turbolenze autolesioniste che arrivavano dritte da Coum Transmission via Genesis P-Orridge fino a scenari imprevedibili in un tale contesto, mi viene in mente Chet Baker, secondo me Adi Newton, figura centrale dei Clock DVA, voleva essere Chet Baker. Ma tutto ciò accadeva in forma di funky scuro come la pece, pessimista, e con presagi poco rassicuranti come in un libro di Ballard o Burroughs e probabili apparizioni di Isidore Ducasse.

Il terzo album dei Clock DVA venne pubblicato addirittura per una major come la Polygram alla quale fecero ingoiare senza troppe storie brani misteriosi ed enigmatici quali Eternity in Paris in cui è contenuta una frase finale di pianoforte che non mi stancherò mai di ascoltare anche per l’influenza che ha avuto su molti altri musicisti. Mi vengono in mente gli Scorn il cui uso di frasi brevi rovesciava armonicamente un brano che fino a quel momento pareva inespugnabile nella costruzione ipnotica dove reiteravano passaggi brevissimi che sembravano non finire mai.
Arrivavano da Sheffield, una delle città più desolate d’Inghilterra che in quegli anni era rivestita di polvere di carbone e strali contro l’infinito regno della Tatcher che umiliava lavoratori, sindacati e città.
Adi Newton è un crooner di futuri imperscrutabili dove anche gli strumenti usati vengono filtrati, maltrattati per spingere altrove le loro possibilità espressive, non necessariamente una questione di progresso, ma una furia infinita che genera nuova musica che richiede nuove macchine da inventare. E’ la musica che determina lo sviluppo della tecnologie chiedendo soluzioni e la tecnologia che risponde in un loop oscuro da cui sembra non si riesca ad uscire. Era il periodo in cui i batteristi dovettero seriamente iniziare a fare i conti con le drum machine e le sequenze ripetute.
Nella prima metà degli anni 90 ho incontrato Adi a casa di un amico nelle colline fuori Firenze. Gli chiesi di autografare la mia copia sia in vinile che cd. Mi domandò come mai avessi entrambi i formati di un disco ormai così vecchio. Gli dissi che non mi bastava mai quel lavoro, che mi era utile per misurare lo stato delle cose, per ribilianciare e comprendere cosa stavo ascoltando in quel momento. Un termine di paragone, ecco cos’è stato quel disco per me. Qualcosa che va ben al di là del suo reale valore musicale. Dopo quel disco cambiarono completamente rotta verso un futuro che doveva esser cibernetico ma che già all’epoca mi parve un passo falso. Cambia poco, Advantage per me resta uno degli album più efficaci degli anni 80 che raccoglie diversi elementi della musica di quel periodo che voleva rappresentare solo se stessa, senza citare nessuno, completamente furiosa nel proprio mistero.

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