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Cinema | Pubblicato il 23 gennaio 2015

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È di nuovo Gennaio e c’è già odore di Oscar. Siamo in quel periodo dell’anno in cui nelle sale si affastellano una quantità di film biografici arruffoni che puntano a raccogliere consensi da parte di quella frangia della critica dalle vedute politicamente corrette che assegnerà i premi della stagione. L’ultima pellicola di Clint Eastwood, in questo marasma di messaggi rassicuranti e di buoni sentimenti, viaggia in direzione ostinata e contraria e rimette ancora una volta in discussione la sua intera, leggendaria carriera cinematografica, che negli ultimi anni sembrava destinata ad arenarsi su pellicole in cui cui si percepisce il peso degli anni e la voglia di un meritato riposo. Non American Sniper che ci getta, fin dai primi fotogrammi, nella mischia, nella prima di una serie di tesissime sequenze di guerra, la guerra vista dal punto di vista del cecchino più letale nella storia degli Stati Uniti, come enuncia il sottotitolo sulla locandina. Chris Kyle, Navy SEAL, vanta l’impressionante curriculum di 160 uccisioni ufficiali e 255 dichiarate durante i suoi quattro turni in Iraq, dal 2003 al 2009. Negli USA, e soprattutto tra i marines, la sua fama ha acquistato dimensioni leggendarie (persino gli iracheni ribelli gli diedero un soprannome: Shaitan Al-Ramadi, il Diavolo di Ramadi) e la sua omonima biografia è diventata ben presto un best seller.

Eastwood racconta questa storia delicatissima (anche tenendo in considerazione il suo epilogo) scegliendo, intelligentemente, di mimetizzare il suo sguardo in quello del protagonista, restringendo il suo punto di vista a quello del sottile obiettivo telescopico del fucile di precisione attraverso cui il giovane osserva il campo di battaglia, e preferisce demandare allo spettatore il giudizio sulla persona. I primi venti minuti ripercorriamo l’infanzia e la giovinezza del futuro soldato. Una delle prime scene chiave condensa, in uno spaventoso discorso a tavola, l’educazione che il padre impartisce a Kyle e al fratello: nel mondo esistono pecore, cani da pastore e lupi. I lupi ammazzano le pecore e queste devono essere protette dai cani da pastore. ‘In questa casa non alleviamo pecore’, enuncia minacciosamente il padre, ‘e di sicuro non permettiamo ai lupi di entrare”. Questa investitura colpisce profondamente l’immaginazione del giovane Kyle, tracciando un solco profondo nella sua formazione. Più avanti lo ritroviamo insieme al fratello mentre gira il Texas vivacchiando con i premi dei rodei. La sua vita non ha una direzione precisa, e gli attentati alle ambasciate statunitensi di Dar el Salaam e Nairobi del 1998 lo convincono ad arruolarsi nei Navy SEALs, le truppe d’elite dell’esercito statunitense, permettendogli di convogliare nell’esercito il suo credo e di metterlo in atto. Appena il tempo di conoscere e sposare la sua compagna di vita e lo scoppio della guerra in Iraq costringe lui e migliaia di altri soldati americani ad affrontare il campo di battaglia per la prima volta. La sua prima vittima è un bambino, la sua seconda vittima la madre. Questo è l’orrore della guerra: fin da subito l’attrito tra la sua semplice ideologia sintetizzabile in Dio, Patria, Famiglia e la realtà del conflitto inizia a logorare la sua psiche. Dietro una maschera inossidabile di patriottismo e cameratismo infatti inizia a ribollire un conflitto interiore dilaniante che emerge in special modo durante la sua permanenza negli Stati Uniti. La messa in scena di Eastwood è straordinaria nel riuscire a convogliare il massimo grado di inquietudine nelle scene casalinghe, quando Kyle ritorna dalla moglie e dai figli, apparentemente al sicuro dagli orrori della guerra: a un certo punto diventa evidente che Leggenda, come lo chiamano, deferenti, i suoi commilitoni, si trovi più a suo agio in territorio nemico piuttosto che a casa sua. In Iraq, anche in mezzo ai proiettili, vede quello che lui chiama semplicisticamente il Male e lo abbatte senza ripensamenti, ma quando è lontano l’atrocità delle azioni compiute e osservate sul campo di battaglia si impossessa sottilmente di lui: qui la sua convinzione si sfuoca, si sfasa, gli riesce difficile capire qual è il giovamento che la sua guerra personale ha portato in patria.

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American Sniper è la storia di un uomo, non certo di un Eroe, come molti americani immaginano Chris Kyle. Lui stesso, in una scena a casa in cui incontra un veterano a cui ha salvato la vita, sembra a disagio nel sentirsi chiamare così. E non per un benevolo sentimento di modestia: il disagio della propria condizione esistenziale devasta il volto a cui Bradley Cooper ha prestato le fattezze, prodigandosi in una delle performance più intense della sua carriera (anche il lavoro sul fisico è notevole: l’attore ha costruito una massa impressionante per vestire i panni del Navy SEAL). Il ragazzo si aggrappa sempre più disperatamente alle sue convinzioni, ma il mondo intorno a lui sembra sgretolarsi un pezzo dopo l’altro: in una scena in cui Kyle incontra brevemente il fratello in un aeroporto militare iracheno alla fine del suo primo turno nell’esercito, quest’ultimo dichiara di non voler più ritornare in ‘quello schifo’: Kyle è incredulo, e il fratello non lo vedremo mai più. Il secondo colpo arriva al funerale di uno dei suoi più cari commilitoni, che in una delle sue ultime lettere a casa, letta da una madre affranta, confessa di non essere più sicuro di ciò che sta facendo: anche in questo caso Kyle preferisce convincersi che l’indecisione nei confronti della causa abbia causato la sua fine. Ma è quando si rende conto che pure la sua vita familiare si sta lentamente sgretolando che Chris decide finalmente di affrontare la decisione più coraggiosa della sua vita: tornare a casa e costruirsi una vita da civile.

Eastwood sceglie una formula molto interessante per dirigere questa storia: il film è certamente drammatico, ma non rinuncia a una quantità di scene squisitamente di genere perfettamente costruite, tanto che tendiamo a dimenticarci che in cabina di regia c’è un uomo con otto decadi sul groppone. Gli scontri nel paesaggio urbano devastato dai bombardamenti raggiungono delle vette di tensione quasi insopportabile, l’azione è cristallina eppure riesce a comunicare con forza la confusione che regna sul campo di battaglia: splendida, a questo proposito, la narrazione dell’ultima missione di Kyle. Il cecchino deve eliminare il suo rivale Mustafa, ex campione olimpico siriano di tiro a segno, che sta mietendo vittime sul sito di costruzione di una fortificazione militare: una volta che il proiettile trapassa il cranio del nemico in una sequenza in moviola che rappresenta il punto di arrivo di tutte le tensioni e le convinzioni del soldato, fino a quel momento cristalline, la sua squadra rimane coinvolta in una battaglia e una tempesta di sabbia comincia ad avvolgere ogni cosa: nella confusione Kyle sembra perdere di vista pure la sua incrollabile fede, che rimane metaforicamente sul campo di battaglia sotto forma del suo fucile di precisione. Un esempio di come il cinema di genere e quello drammatico diano vita a una sinergia perfetta. Ho la convinzione che in mano a un mestierante qualsiasi, ma anche ad alcuni registi blasonati di Hollywood, il soggetto sarebbe stato pericolosamente vicino a diventare nient’altro che un’agiografia patriottica, ma la mano esperta di Clint sublima continuamente la complessità di questo essere umano, soprattutto per merito di un grandissimo lavoro di regia.

AmericanSniper2In questa immagine viene immediato un parallelo con Zero Dark Thirty e con la sua protagonista, altrettanto trincerata nelle sue convinzioni e altrettanto disperatamente bisognosa di certezze; sono due dei mille volti di un’America alla deriva, ancora in cerca di una nuova direzione.

Il cinema di Eastwood, specie negli ultimi anni, ci ha abituati a storie che vivono di chiaroscuri, di sfumature, a uno sguardo che mette in discussione l’America contemporanea con gli occhi di un Americano che affronta coraggiosamente i propri spettri e le proprie contraddizioni. American Sniper non fa eccezione, e forse proprio per la sua sottigliezza è stato spesso frainteso. Molti l’hanno frettolosamente liquidato come un film al limite del propagandistico (immemori forse dei due capolavori Flags Of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima), altri si sono lasciati trascinare dalla xenofobia del protagonista. Ma questo non è un film politico, non è un film che parla della situazione in Iraq, non è in cerca di colpevoli, di scusanti o di esempi. Questa è la biografia di un soldato che avrebbe potuto combattere qualsiasi guerra, ed è raccontata con estrema onestà e sincerità da parte di un regista che sembra pronto a iniziare una nuova fase della sua incredibile carriera cinematografica.

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