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Interviste | Pubblicato il 15 dicembre 2014

Disco Noir

Siamo lieti di presentarvi, in anteprima, il brano di debutto di una band interessante al debutto. Si chiamano Disco Noir, band milanese che si è formata nel 2011. Dopo aver suonato con alcune delle band più attive della scena indipendente, nel 2012 vincono la prima edizione del Pending Lips Festival svoltasi all’interno della celebre venue del Carroponte. Aware è l’album di debutto che uscirà nel 2015. “Viola” è il brano d’esordio che potete ascoltare di seguito e che mette in mostra la ben costruita vena melodica del gruppo.

La formazione comprende Teo Agostino (voce, chitarre, synth), Alessandro Marini (basso, armonizzazione), Giovanni Torresàn (batteria),  Alessandro Giudici (pianoforte, synth, chitarre). Dopo lo streaming, potete leggere una breve intervista al gruppo con la  quale approfondiamo alcuni aspetti della loro musica.

1) Nei prossimi mesi è prevista l’uscita del vostro primo album “Aware”. Com’è nata l’idea del disco? Quale idea c’è dietro sia dal punto di vista delle tematiche che delle sonorità?

Premettendo che questo nostro primo disco non è assolutamente un concept album, si potrebbe dire che molti dei brani presenti in esso affrontino tematiche legate all’ossessione per diverse cose: le persone, il piacere carnale, gli alcolici, il dubbio, i sogni, la malinconia. Questo è ciò di cui vogliamo parlare e l’obbiettivo è farlo utilizzando la musica pop. In questo senso il modello massimo da seguire è il cinema di Alfred Hitchcock: il cineasta inglese ha avuto un enorme successo ad Hollywood, era accessibile ad ogni pubblico grazie alla semplicitá del suo lavoro, ma allo stesso tempo eccelleva nel filmare i rapporti più sottili tra gli individui. Il fantastico paradosso di cui parlava Truffaut. Per quanto riguarda le sonoritá del disco ci piace pensare a questo lavoro come a una summa di elementi sintetici e timbri tipici dell’indie pop, poche band che cantano in italiano hanno portato avanti con successo questa idea di suono.

2) Definite la vostra musica (ironicamente?) “pop dolceacre”. Che cosa intendete con questa “etichetta”?

Etichettare la musica è sempre un’operazione che consideriamo superficiale, però capiamo sia al contempo opportuno per avvicinarsi a un progetto del quale non si sa niente. “Pop dolceacre” ci sembrava una definizione abbastanza corretta, in quanto coniuga il macro genere musicale che ci contiene e questa idea del dolceamaro che sta alla base sia dei testi che delle melodie. Un esempio calzante: nel ritornello di “Amore Démodé” si parla di una cosa complessa come l’impossibilità di una relazione in termini ironici (“siamo fuori dal mondo / amarsi ora è come iscriversi a myspace“); il tutto è ancor più amplificato dalla musica molto 60′s, molto easy listening che lo accompagna. È il concetto tipicamente inglese dell’understatement, un termine difficile da tradurre nella nostra lingua, che tende a minimizzare situazioni drammatiche o addirittura macabre con toni leggeri. E non a caso in Italia si è parlato spesso di “musica leggera” come sinonimo di pop music.

3) Dalle poche informazioni a mia disposizione, sembra che il cinema abbia un ruolo importante come “ispirazione” della vostra musica. Come agisce questa influenza esterna?

Per Teo (voce, chitarre, synth) il cinema è molto importante, all’università ha frequentato diversi corsi legati a quest’arte e ha imparato a vederlo anche tramite un occhio più critico e tecnico. Sicuramente l’estetica e i temi legati alle pellicole di registi come Ingmar Bergman, David Lynch o il già citato Hitchcock hanno influenzato il disco tanto quanto i romanzi di Kafka o di Pirandello. Inoltre uno dei nostri sogni nel cassetto è quello di realizzare, un giorno, una colonna sonora per un film.

4) Sono previste date live per il lancio e la promozione dell’album? Come vivete la dimensione live rispetto alla fase in studio?

Il release party dell’album sarà il 29 gennaio all’Arci Ohibò (Milano). Dal vivo faremo una sorta di sintesi tra il lavoro in studio e l’esperienza del live. Per noi, infatti, è necessario (anche per questioni pratiche – siamo in 4 elementi) utilizzare in certi pezzi basi contenenti synth o drum machine; in questo modo riusciamo ad ottenere anche live quello che è il concetto del suono dell’album: un mix tra parti elettroniche e chitarrine.

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