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Cinema | Pubblicato il 20 agosto 2014

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L’idea di un reboot di Planet Of The Apes aveva lasciato molti interdetti, ma nei fatti il progetto è stato affrontato in maniera tutto sommato intelligente. Ci si è tenuti lontani dal remake vero e proprio (già tentato da Tim Burton nella sua versione di Planet Of The Apes, che molti ancora oggi odiano, forse più del dovuto): questa nuova saga infatti si propone di inscenare la genesi degli eventi raccontati nel film del ’68 ed è ambientata ai giorni nostri. Tre anni fa Rise Of The Planet Of The Apes si sobbarcava il sempre difficile compito di dare inizio alle danze, raccontando l’origine della ribellione delle scimmie intelligenti e delineando il carismatico protagonista, lo simpanzé Cesare: un capolavoro di computer grafica e di motion capture dietro la quale si cela il re di quest’arte, Andy Serkis (Gollum, King Kong). Il film aveva dei difetti più o meno grossi anche se non si può negare che il progetto offrisse alcuni spunti notevoli: ma è con il capitolo successivo, liberato dal fardello narrativo dell’origine, che le cose si fanno veramente interessanti. All’inizio di Dawn Of The Planet Of The Apes una collezione di finti notiziari ci riassume brevemente la situazione: sono passati 10 anni da quando le scimmie sono scappate da San Francisco, il virus ALZ-113 ha devastato l’umanità e meno del 5% degli abitanti del pianeta è sopravvissuto alla catastrofe. Il film si svolge quindi in uno scenario post-apocalittico, ma gli sceneggiatori decidono intelligentemente di restringere il focus alla baia di San Francisco. Da una parte, nella foresta, c’è la comunità di scimmie, cresciuta esponenzialmente ed evolutasi in una vera e propria rudimentale civiltà organizzata, sotto la guida sapiente di Cesare. Dall’altra parte abbiamo una piccola comunità di superstiti umani nel centro della città. I pochi sopravvissuti sono riusciti a mantenere uno stile di vita decoroso riorganizzandosi in una colonia ben strutturata, ma il combustibile sta per esaurirsi e questo significa la fine dell’energia e di tutte le (ri)conquiste ottenute fino a quel momento. La soluzione è in una diga nell’entroterra, che tuttavia è nel territorio delle scimmie: proprio in questo modo una pattuglia di esploratori entra in contatto con i primati, scatenando una catena di eventi dalla portata spaventosa. Le scimmie all’alba della loro società, gli umani in piena decadenza: le due popolazioni sono in un certo senso speculari: la grandezza della saga di Planet Of The Apes è nella potenza allegorica racchiusa nell’idea di un primate che ripercorre il nostro percorso evolutivo e gli sceneggiatori di quest’ultimo episodio se ne sono accorti. Le scimmie attraversano il doloroso percorso che le trascinerà da una prima esperienza preadamitica alla finale presa di coscienza: scimmia non uccide altra scimmia è uno slogan nobile e puro che purtroppo non si accompagna alla realtà di un cervello intelligente, con il suo bagaglio di ambizioni, aspettative e capacità di indirizzare rabbia e risentimento. Nelle due fazioni sono distribuiti in egual misura personaggi apprezzabili e disprezzabili, e nessuno è monodimensionale. Tutti hanno una ragione per compiere le loro azioni e tutto questo è tanto più doloroso man mano che la pellicola ci fa capire che la guerra sta diventando inevitabile. La riflessione calza tristemente a pennello se pensiamo all’attualità e ai tristi titoli dei giornali in quest’estate di sangue. Cesare è un ottimo personaggio, di una nobiltà shakespeariana, contrapposto a Koba, altrettanto shakespeariano villain dalla potente resa visiva; eccellente anche l’orango Maurice, mentre dalla parte degli umani troviamo un Gary Oldman come al solito molto ben interpretato e piuttosto ben scritto: si tratta di uno dei personaggi più sfaccettati, peccato per il minutaggio esiguo. Tutti gli altri, e sono molti, sono necessariamente abbozzati e non altrettanto ben approfonditi ma svolgono bene il loro ruolo di pedine all’interno di un affresco più grande.

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Così come il cast umano è completamente inedito rispetto a Rise, anche il cast tecnico è rivoluzionato. Il nuovo regista Matt Reeves (Cloverfield, Let Me In) cambia decisamente i toni rispetto al capitolo precedente, miscelando efficacemente sequenze drammatiche a una buona dose di azione. Reeves si concede persino qualche piccolo virtuosismo, come per esempio un piano sequenza sulla torretta roteante di un tank che viene sfruttato per raccontare, con grande potenza espressiva e ottima capacità di sintesi, il ribaltamento di fronte in una battaglia. C’è anche da dire che non è mai facile riuscire a infondere potenza drammatica, addirittura epica, in un film i cui protagonisti sono dei primati parlanti (magari pure a cavallo) eppure Reeves riesce nel suo intento, a partire dall’ottima scelta di iniziare e concludere la pellicola sul dettaglio degli occhi di Cesare, il vero fulcro del progetto, sia per quanto riguarda la scrittura che per la realizzazione tecnica. Un capolavoro quindi? Non esattamente. Alcune fasi del film sono piuttosto prevedibili, non tutti i personaggi riescono brillanti, qualche sequenza risulta forse fin troppo didascalica, ma in mezzo al mucchio di blockbuster estivi di qualità deprimente Dawn Of The Planet Of The Apes è un piccolo faro nella notte. Anche perché, ancor meglio del predecessore, riesce a concludere perfettamente il proprio arco narrativo e allo stesso tempo lasciarci smaniosi di sapere cosa succederà nel prosieguo.

PS: Stendiamo un velo pietoso sulla traduzione italiana del titolo, vittima del garbuglio causato fantasiosamente il capitolo precedente, in cui Rise è diventato L’alba - sostantivo che giocoforza non poteva essere riutilizzato in questo sequel. Mi chiedo quale sia la difficoltà nel tradurre le cose in modo letterale: tanto di più che ultimamente è in voga il fenomeno della non-traduzione: il titolo rimane in inglese, ma è completamente stravolto (!!!).

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