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Recensioni | Pubblicato il 20 aprile 2015

GYBE

Godspeed You! Black Emperor

Asunder, Sweet and Other Distress

Genere: Real post-rock

Anno: 2015

Casa Discografica: Constellation

Servizio di:

Il caro collettivo canadese, Godspeed You! Black Emperor (ricordate il cambio di posizione del punto esclamativo), è tornato, un po’ a sorpresa dopo il precedente Allelujah! Don’t Bend! Ascend!, opera che non sembrava proprio a fuoco anzi persa un po’ troppo nei suoi ghirigori. Questo nuovo Asunder, Sweet and Other Distress invece, si presenta già nella sua forma più compatto, quattro tracce per un minutaggio totale che sfiora i quaranta minuti; anche nella sua estetica la musica si mostra proprio così, racchiusa in un unico flusso legato dalle code dei pezzi (code che sono marchi di fabbrica del gruppo canadese), privo di spoken-word o registrazioni più o meno amatoriali ma che arriva diretto, senza mediazioni, attraverso la sua musica suonata.

Il precedente disco aveva messo in mostra un passo indietro nella sperimentazione post rock sublimata dal capolavoro del 2000, Lift Your Skinny Fists Like antennas To Heaven, apparendo un po’ scialbo e figlio troppo diretto del progressive rock anni ’70. Con questo nuovo lavoro invece la musica rialza la testa e si sottomette di nuovo ad esperimenti genetici; simbolo ne è il primo pezzo “Peasantry Or Light!Inside Of Light” (quanto ameranno questi giochi lessicali) che sembra un figlio minore di “Storm” (dal sopracitato disco del 2000), con la sua potentissima e ascendente progressione che è emblema del post-rock professato dai Godspeed, con i rullanti di batteria in primissimo piano e gli archi che si impennano in melodie composite e qui stranamente orecchiabili. La successiva “Lambs’ Breath” è invece momento puramente contemplativo che mostra la faccia più tranquilla e meno feroce del gruppo: una discesa di droni che scorre per 10 minuti verso un fondo a cui non si arriva mai, incubo vero e ancestrale travaglio di pensiero che non riesce ad afferrare l’ineffabile. “Asunder, Sweet” è il pezzo più metafisico del disco, una lunga scalata dei violini che pian piano si trasforma in un principio di rumore bianco che diviene incontrollabile e che si conclude con le sue reiterazioni che, così come sono arrivate, così pian piano svaniscono nella nebbia profonda e impenetrabile che apre i quasi 14 minuti della conclusiva “Piss Crowns Are Trebled” che, ciclicamente, riprende la struttura della traccia iniziale, inerpicandosi in un vortice di rumori sopraffatti dalla potenza della (o delle?) batteria, apice emotivo del disco, che fa sorridere e tornare alla mente i grandi capolavori, ineguagliabili, di inizio 2000.

Un disco intenso e preciso, del quale, chiaramente e forse neanche ce n’è bisogno, è difficile discutere il ruolo dioriginalità all’interno della musica di oggi; vuoi per l’inafferrabililtà del concetto di post-rock che oggi sembra poter raccogliere qualsiasi rock fuori dagli schemi, vuoi per la storia del gruppo che è uno dei fondatori di quell’estetica, ci macchiamo di ignavia e sospendiamo un giudizio in questo senso.
Una cosa però è certa: l’impressione di già ascoltato che forse vi verrà in mente non è una cosa negativa, perché starete ascoltando chi quel già ascoltato l’ha creato.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Peasantry Or ‘Light! Inside Of Light!’
  • 2 · Lambs' Breath
  • 3 · Asunder, Sweet
  • 4 · Piss Crowns Are Trebled

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