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Recensioni | Pubblicato il 16 maggio 2013

phoenix

Phoenix

Bankrupt!

Genere: Pop-rock, Synth pop

Anno: 2013

Casa Discografica: Glassnote, V2 Records

Servizio di:

Primavera 2009. Nell’attesa di raggiungere l’aeroporto di Gatwick, rannicchiato sul sedile di un mefitico interregionale inglese, stringo tra le mani una copia della più longeva istituzione della music-press britannica: il New Musical Express. Un punto di riferimento attorno al quale si è costruita l’industria discografica più influente d’Europa, nonché l’apogeo di culture quali Swinging London e Cool Britannia. Ma non solo: il NME è anche una finestra di apertura verso le tendenze d’oltremanica e d’oltreoceano.

Di quel numero è un titolo in particolare a carpire la mia attenzione: “God bless France for giving us cheese, champagne and Phoenix”.

Cos’altro aggiungere: un sarcasmo in perfetto stile british che, da quel giorno, ha riecheggiato nella mia mente ogniqualvolta mi imbattessi in un disco dei Phoenix. E per lo stesso Bankrupt!, la regola non ha avuto eccezione.

Nessuna sintesi migliore per descrivere la straordinarietà di una band – formatasi a Versailles vent’anni anni or sono – che, al suo quinto album, è ancora in grado di confermarsi sui suoi standard. E qui arriviamo al punto della questione: i Phoenix, oggi, rappresentano uno “standard”, un punto di arrivo, un modello per tutte le band che intendono il rock come il connubio tra la melodia accattivante e un sound ricercato, e, forse, un prototipo anche per sé stessi.

Sin dal primo ascolto Bankrupt! appare come una comprova formale di stilemi che, nei dischi precedenti (Wolfang Amadeus Phoenix in particolare), hanno contraddistinto il suono della band. La ricetta e i suoi ingredienti – non mi riferisco ai frutti sull’artwork del disco – non cambiano: amalgamate per bene ritmica funky e incalzanti dinamiche indie; aggiungete una timbrica di alta qualità al sapore elettro-synth; miscelate in salsa retrò e, infine, abbinate il tutto a un brio pop maturato sapientemente.

In poche parole, al di là di audaci metafore gastronomiche: tante buone canzoni, un sound che conquista, un livello di produzione encomiabile (tra i più accurati degli ultimi 15 anni), ma anche tante, troppe citazioni. Nello specifico: “Entertainment, singolo di “grido” e prima traccia del disco, ripropone di fatto un concetto musicale di bowieana memoria (China Girl, 1983); il riff di “SOS in Bel Air non sfigurerebbe all’interno di una qualsiasi battuta dei The Strokes (e per una lieve differenza di durata non lo ritroviamo sul serio in Is This It?, si ascolti Someday, 2001); l’aspirazionale “Trying To Be Cool (and the Gang, ndr) riprende il motivo di Get Down On It, successo senza tempo datato 1981; la title-track “Bankrupt!“,  per concludere, divide idealmente l’album in due parti (Love Like a Sunset presenta una funzione simile in Wolfang Amadeus Phoenix) e inaugura una seconda sezione dal tono “amarcordiano” (“Don’t” vs. Long Distance Call, Girlfriend; “Bourgeois” vs. Love Like a Sunset).

Detto in un concetto: con questo disco i Phoenix si confermano all’altezza di loro stessi – aspetto non da poco dacché migliori del 90% delle band in circolazione al momento. Arrivati a tal punto, le strade che si aprono dinanzi alla nostra fenice sono due: la resurrezione dalle proprie ceneri – quindi, un’evoluzione rispetto a quanto proposto oggi – o la regressione definitiva.

Speriamo che il mito si riveli ancora una volta profetico.

Voto: 7/10

Tracklist:

  • 1 · Entertainment
  • 2 · The Real Thing
  • 3 · S.O.S. in Bel Air
  • 4 · Trying to Be Cool
  • 5 · Bankrupt!
  • 6 · Drakkar Noir
  • 7 · Chloroform
  • 8 · Don't
  • 9 · Bourgeois
  • 10 · Oblique City

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