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Recensioni | Pubblicato il 2 settembre 2015

Beach House

Beach House

Depression Cherry

Genere: Dream pop, Elettronica

Anno: 2015

Casa Discografica: Sub Pop

Servizio di:

A Baltimora il quartiere di Fell’s Point si affaccia sulle rive del Patapsco, con i suoi palazzi di mattoncini rossi, retaggio di un tempo in cui essi ospitavano fabbriche e magazzini. Ora, un isolato alla volta, il presente sta spazzando via il passato con ruspe e ponteggi. Eppure, in un angolo nascosto di questo ex complesso industriale, Victoria Legrand e Alex Scally continuano, dopo dieci anni, a fare la loro magia.

L’atteso ritorno dei Beach House, anticipato dai tre singoli “Sparks“, “Beyond Love” e “PPP“, è ancora una volta figlio di Baltimora, un luogo che sembra possedere per il duo un fascino segreto e mistico, ma che è forse più semplicemente un rifugio dalla frenesia di un mondo desensibilizzato, una casa. Questa città è il focolare domestico attorno al quale si raccontano storie di fate e fantasmi, dove sogni e incubi prendono vita, ma cullati e protetti dalle tempeste che infuriano al di là del vetro. Depression Cherry è tutto questo. Una serie di apparizioni notturne, di evanescenti creature di luce che fluttuano nel buio nebuloso dei nostri sonni, sussurrando segreti nascosti che al risveglio non ricordiamo più.

Il pezzo che apre l’album, “Levitation“, sembra proprio prenderci piano per mano e condurci senza fretta, con una melodia semplice e continua, attraverso l’atmosfera diafana e lieve, in un sogno, come suggerisce il refrain finale “there’s a place I want to take you, when the unknown will surround you”. Gli elementi sono sempre gli stessi, una chitarra che è sempre sullo sfondo e mai protagonista, un organo elettronico che conferisce un che di spettrale, una drum machine ripetitiva, all’unisono al servizio della voce profonda e ammaliante di Victoria Legrand, che sembra risuonare da un lontano recesso. Sparks, il primo singolo che ha annunciato Depression Cherry due mesi prima della sua uscita, è potente, specialmente nella chiusura, e risplende di luce propria come una delle tracce più belle e luminose, insieme a “Space Song“, che riporta alla mente con un sorriso malinconico qualcuno che abbiamo amato pur sapendo che sarebbe finita, e che in qualche modo amiamo ancora. Quello dei Beach House è un mondo in cui il dolore non è stigmatizzato, ma viene accolto come controparte della gioia: niente esiste in una dimensione assoluta, ma piuttosto convive e fluisce nel suo opposto, come il buio e la luce, i poli attorno ai quali ruota tutto questo lavoro, che non rappresentano altro se non la realtà indistinta e appannata e l’improvvisa epifania di un’arcana verità che è impossibile da esprimere a parole, si può solo sentire.

C’è infatti un senso di verità profonda che scaturisce da questo disco, l’alone di misticismo oscuro che emanava il debutto del 2006, quel senso di irrequietezza, trova pace nella semplicità, nell’intimità, nella serena accettazione delle paure che assillano il nostro sonno. Depression Cherry è un luogo sicuro in cui i nostri peggiori incubi si agitano di fronte ai nostri occhi, insieme alle nostre speranze, per quanto cinicamente sentite come infantili: “PPP” è un inno ad una promessa di eternità che con ogni probabilità non sarà mantenuta, ma non per questo è meno sincera. Ma il capolavoro è “Beyond Love“, in cui una sottile morbosità indulge fra le pieghe di un’oscurità avvolgente come in una calda culla: “they take the simple things inside you and put nightmares in your hands”.

L’armonia che chiude il disco con “Days of Candy“, cui partecipano otto membri del Pearl River Community College di Hattiesburg, Mississippi, è una ninna nanna per il risveglio da questo viaggio nell’inconscio, piena di speranza e consapevolezza, in cui la musica letteralmente soccombe alle voci e tra di esse serpeggia.

I Beach House ridimensionano rispetto al passato, le melodie, la voce, tutto è “meno”: «ciò che è meglio per l’arte non è soltanto farsi per forza sempre più grande, potrebbe essere farsi un po’ più piccola» (VL). Non ci sono gli exploit che hanno caratterizzato sia Teen Dream che In Bloom, la musica è semplice, si ripete, la voce è semplice, sussurra, ma il ripetersi di quel motivo schiude una nuova coscienza, una finestra sul mistero dell’universo. Victoria Legrand e Alex Scally, anziché espandersi, continuano a cercare una verità che non giace al di fuori, ma all’interno di ciascuno.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Levitation
  • 2 · Sparks
  • 3 · Space Song
  • 4 · Beyond Love
  • 5 · 10:37
  • 6 · PPP
  • 7 · Wildflower
  • 8 · Bluebird
  • 9 · Days of Candy

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