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Recensioni | Pubblicato il 26 febbraio 2014

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Sun Kil Moon

Benji

Genere: Folk, Songwriter

Anno: 2014

Casa Discografica: Caldo Verde

Servizio di:

Nella morte non c’è niente di triste, non più di quanto ce ne sia nello sbocciare di un fiore. La cosa terribile non è la morte, ma le vite che la gente vive o non vive fino alla morte.” Charles Bukowski

“È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi, prima di morire.” Louis-Ferdinand Céline

 

Il disco di cui mi ritrovo ora a parlarvi è un capolavoro, non ci sono altre parole per definire quello che probabilmente è il disco più maturo della carriera di Mark Kozelek, ovvero uno dei migliori songwriter contemporanei, probabilmente il migliore della sua generazione.Ed è il disco di più vera lacerante sincerità che ho ascoltato da molto molto tempo a questa parte.

L’anno scorso Mark aveva fatto uscire due ottimi dischi, l’acustico e grezzo Mark Kozelek & Desertshore, e Perils from the Sea, sorprendente collaborazione con Jimmy LaValle, in aggiunta al disco di cover Like Rats. Questa frenesia creativa, e l’alto livello tenuto, facevano ben pensare in vista del ritorno come Sun Kil Moon con Benji, opera che vanta anche il contributo di Steve Shelley (batterista dei Sonic Youth), Jen Wood, Will Oldham, e Owen Ashworth.
Benji  ovvero un film del 1974 con protagonista un piccolo cane che salva la vita di due bambini; sicuramente un titolo curioso: “This record is filled with so much darkness, I wanted to give it a light title, for contrast” dirà lo stesso Kozelek.

Un lavoro difficile e semplice al tempo stesso Benji. Difficile perché ha più a che fare con la letteratura che con la musica in senso stretto (vengono sicuramente in mente i grandi narratori americani contemporanei, tra cui Cormac McCarthy) e che per essere apprezzato e compreso appieno necessita di un’attenta lettura dei testi. Semplice perché la scrittura rimane chiara, diretta, e sincera, e proprio questo porta l’ascoltatore a perdersi in un felliniano flusso di coscienza tra musica e parole, parole di totale semplicità e franchezza, parole realistiche di vita vera, e lì sta la loro poesia.

Il melancònico ragazzino, che con i Red House Painters aveva contribuito alla nascita dello slowcore, trova qui la forza per raccontare se stesso, come simulacro dell’uomo qualunque, che si trova a dover affrontare i problemi e le paure che attanagliano un po’ tutti. Partiamo da un microcosmo dove sfilano rapidamente in rassegna vari personaggi della sua vita (“I’m one to sing and play for women and children and moms and dads and brothers and sisters and uncles and aunts“), personaggi che magari di canzone in canzone ricompaiono, proprio per poi, una volta esserci resi conto che l’inquadratura s’è allontanata e l’album dei ricordi si sta sfogliando da solo, vedere come il punto di vista magicamente s’è spostato; da questo microcosmo si è passati a parlare implicitamente dell’America tutta, e poi ancora ad una visione ben più ampia, quasi totale. Così come fecero nei loro capolavori del 2011 registi come Terrence Malick, Lars von Trier, Sokurov e Béla Tarr, Mark opera qui questo capovolgimento; vede l’infinito nel palmo della mano* e ce lo racconta, non come un saggio, un eletto, ma come potrebbe farlo un qualunque uomo, anche incontrato per caso, se provvisto di un cuore.

Molti, se non tutti, i personaggi di queste istantanee muoiono, oppure vengono colpiti da eventi surreali. L’esistenza viene vista come assurda e il tentativo di trovarne un senso è arduo. Ci si sposta velocemente da un luogo all’altro del pianeta, i rapporti sono transitori, le radici via via si perdono, e i ricordi sbiadiscono, scivolando nell’oblio. Così la morte, o meglio la fugacità della vita, rimane la vera protagonista. Accortosi di questo, cambiando con l’esperienza il proprio punto di vista, poche sono le cose rimaste a cui rimanere aggrappati. Dalla la famiglia (“I can live with anything you’ve got to throw in my face/ But I can’t live without my mother’s embrace” “My dad did the best he could/ I love you dad”, la propria terra, le proprie radici “Going to Ohio where I feel I belong“),
agli amici (“my friend Brett/ He just liked to play guitar and he never hurt anyone“) e l’amore (e il sesso) raccontati con disarmante franchezza: “Oh the complicated mess of sex and love/ When you give that first stinger you’re the one who gets stung/ And when you lose control and how good it feels to cum/ And when you’re panting like a dog getting into someone“.

Ma fine è la vita ad emergere, in tutta la sua pienezza, strappandoci magari anche un sorriso nel mentre, proprio come nella meravigliosa “Somehow the Wonder of Life Prevails” di Perils from the Sea. (Pezzo che ora possiamo dire anticipasse il mood di questo disco.)

Tre su tutti sono i capolavori. ”Dogs“, che inizia mestamente lo-fi e si apre poi piena di vita, è un tuffo nei ricordi amorosi, partendo dall’inizio “Katy Kerlan was my first kiss/ I was only five years as she hit me with her purse/ I had braces on my legs and I almost fell down/ And from that day moving forward I’ve been petrified of blondes“. Materializza alcune donne della sua vita, dividendo i ricordi in progressive stanze, che anche dal punto di vista musicale evolvono in un crescendo irresistibile, e tra il tenero e il crudo traccia la propria educazione sentimentale e sessuale in un folk rock senza un attimo di pausa. Citando Carver in questo pezzo si parla di quello che diciamo quando parliamo d’amore, il Masculin Féminin di godardiana memoria. (The nature of attraction cycle’s on and on/ And nobody’s right and nobody’s wrong.)

Ben’s My Friend” quando inizia, al termine della tracklist, ha l’effetto di un improvviso risveglio. Magari dopo che ci si è addormentati nel corso di un lungo viaggio, e tutto quello che prima nel sogno è comparso via via era solo il paesaggio dal finestrino del treno dei ricordi (emblematica in questo è la cover dell’album, una fotografia scattata dall’autore stesso.) È mattina ed è estate, il ritmo procede incalzante, jazzato e divertito, le immagini nella mente si accavallano senza soluzione di continuità, così come gli eventi. Mancanza d’ispirazione, crisi di mezz’età, visite ad amici, visite alla famiglia, acquisti, lavorare alla propria musica, dormire, passeggiate con la propria ragazza, paure, risate, pranzi, preoccupazioni, telefonate, un concerto dei The Postal Service (Benjamin Gibbard è il Ben del titolo), ricordi di un incontro, ritornare dietro il microfono… e poi ecco, le voci, le immagini, si sdoppiano e si confondono, e di colpo la musica finisce. Ma il meccanismo in realtà continua, perché è la vita a continuare.

Su tutte “I Watched the Film the Song Remains the Same” lascia senza fiato, partendo da un ricordo d’infanzia legato ai Led Zeppelin, l’autore compie un viaggio dentro di sé che è un po’ il compendio di tutto il disco. Lungo un infinito arpeggio incantatore, con Mark che canta con il cuore in mano, cadiamo in trance vagando tra i ricordi. Musica, vita, morte, incontri casuali, eventi decisivi ma in apparenza futili; come se gli fosse apparso il destino personificato l’autore racconta a cuore sereno: “From my earliest memories I was a very melancholic kid/ When anything close to me at all in the world died/ To my heart, forever, it would be tied.” Ed ecco l’approdo al mondo della musica, mondo al quale si era destinati, come evento risolutore della propria vita, evento che l’ha aiutato a gestire i propri demoni ma non a debellarli dal punto più profondo del proprio spirito, come racconta con un’onestà ed accettazione di se stessi che mette i brividi: “But I discovered I cannot shake melancholy/ For 46 years now I cannot break the spell/ I’ll carry it through my life and probably carry it down/ I’ll go to my grave with my melancholy/ And my ghost will echo my sentiments for all eternity“.

Infine, a perfetta chiusura del cerchio, viene reso omaggio all’uomo che scoprì il suo talento, Ivo Watts-Russell. (It’s been 15 years since I last saw him/ He’s the man who signed me back in ’92/ And I’m going to go there and tell him face-to-face, ‘thank you’/ For discovering my talent so early/ For helping me along in this beautiful musical world I was meant to be in.)

La straziante opener su un ininterrotto tappeto acustico alla Nick Drake introduce il mood del disco meravigliosamente e merita una nota di merito. L’autore offre un sentito omaggio alla propria cugina “Carissa“, morta in un bizzarro incidente, e non si può non sentire un colpo al cuore all’entrata delle seconde voci, e intuire fin da quei primi dolci accordi che l’ispirazione dell’intero disco è tornata quella dei tempi dei primi Red House Painters.

Spessissimo i personaggi ritratti sono i più deboli, gli sconfitti dal destino, come in “Micheline” il pezzo più splendidamente dolce, esistenze fragili ma indelebili nella memoria, si tramutano in gioielli preziosi come questo pezzo, che, su cristallini rintocchi di piano. Arriva ad evocare infine ricordi fanciulleschi, lungo una semplice giornata passata con degli amici girando per L.A. andando a trovare la propria nonna. Forse il raggio di sole più luminoso del disco.

Altrove si vira verso territori alt-country, quasi pop in “I Love My Dad“, rilassato omaggio agli insegnamenti del padre, o in “Jim Wise” placido racconto di vita e morte “Jim Wise mercy killed his wife in a hospital at her bedside/ And he put the gun to his head and it jammed and he didn’t die“. Così come in “I Can’t Live Without My Mother’s Love”, una dichiarazione di irrinunciabile necessità d’amore materno, che mette a nudo tutta la propria fragilità.

Gli altri pezzi sono funeree ballate folk-blues intrise dei temi cardine del disco, da “Truck Driver“, la più oscura (“My uncle died in a fire on his birthday/ Redneck that he was, burning trash in the yard one day/ On the pile he threw an aerosol can of spray/ And that’s how he died in the fire that day“) a “Pray for Newtown“, una riflessione lungo tutto il pianeta sulle morti causate da vari mass murderer, riguardo i meccanismi mediatici e gli effetti sulla popolazione che queste comportano. Invita a non diventare freddi e insensibili a questi episodi, aggiungendo una ineccepibile critica alla politica delle armi statunitense. (“There were shootings in a Portland mall/It was everyday America and that’s all.”).

La più tesa, la più affilata, con la voce che si sdoppia e si rincorre in una sorta di rap è “Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes“. Ancora il lato nero dell’animo umano, il ricordo di un celebre serial killer e la paura negli occhi di un bambino, mentre tutto continua a scorrere e la vita ad andare avanti. (“Had to fly from Cleveland but what’s that for?/ Got 3 months off to my next show/ Gonna spend time with my girl/ Make a record fix my kitchen/ I have my change so rapidly/ They came to the studio to work on some grit/ And I saw the news on James/ While I was eating ramen and drinking green tea.”)

È straordinario come gli arrangiamenti di questo disco, in apparenza semplici, seguano alla perfezione la narrazione dei pezzi, e contribuiscano al racconto in maniera determinante piuttosto che rimanere in disparte come potrebbe inizialmente sembrare.
Esattamente come, da un punto di vista per così dire metafisico, la musica stessa si materializza e diviene parte integrante dei racconti. Come un personaggio determinante della sua, e della nostra vita. (Gli innumerevoli dischi citati, gli episodi di iniziazione alla chitarra evocati con un tono quasi spirituale, moltissimo di quello di cui si parla in un modo o nell’altro è legato alla musica.)

Inutile dire che rimarrà tra i dischi migliori di un anno che già si profila notevole, ma anche che verrà ricordato come uno dei più notevoli dischi cantautorali di questi anni. Che cosa c’è in questo disco? La vita (la morte) e tutto quello che ci sta in mezzo.

“It’s a complicated place, this planet we’re on.”

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Carissa
  • 2 · I Can't Live Without My Love
  • 3 · Truck Driver
  • 4 · Dogs
  • 5 · Pray For Newtown
  • 6 · Jim Wise
  • 7 · I Love My Dad
  • 8 · I Watched The Film The Song Remains The Same
  • 9 · Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes
  • 10 · Micheline
  • 11 · Ben's My Friend

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