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Cinema | Pubblicato il 12 gennaio 2015

Big Eyes Poster

Da uno come Tim Burton ci si aspetta sempre il meglio, vale a dire grandi film, se non capolavori: tutti abbiamo ancora negli occhi e nel cuore molte sue indimenticabili ed originalissime opere. Partendo da questo presupposto (a dire il vero non universalmente condiviso, dato che una fetta influente e sempre più ampia di critica si ostina a ritenerlo un cineasta sopravvalutato) non sorprende che in molti siano rimasti delusi dalle sue ultime prove, lamentando un calo di originalità e fantasia nei suoi progetti recenti; se è vero, tuttavia, che una pellicola come Alice in Wonderland (2010) denotava una certa stanchezza e confusione di idee (non dimentichiamo però l’influenza che potrebbe aver avuto l’ingente reparto produttivo che sta alle spalle di un tale blockbuster), è vero anche che troppo spesso si tende ad identificare lo stile burtoniano esclusivamente tramite le sue ambientazioni e atmosfere più ricorrenti (dark, gotiche, oscure) che per ovvie ragioni non sono onnipresenti, e non attraverso la sua effettiva poetica, che più che nell’esteriorità (pur sempre splendidamente resa) risiede nell’interiorità, nell’essenza dei suoi personaggi e della scrittura dei suoi film: questa sì che è sempre stata riconoscibile e continua ad esserlo, quel che è cambiato è più che altro il modo di esteriorizzarla e contestualizzarla, se vogliamo meno visionario e accattivante, più pragmatico e tradizionale, ma non per questo meno personale e sentito.

Quella che dunque viene vista ormai da molti come un’inesorabile involuzione potrebbe essere semplicemente una fase evolutiva, da inquadrare bene ovviamente col passare degli anni. E’ il caso del travolgente, surreale e parodistico Dark Shadows (2012) e di questo Big Eyes, inframezzati dal delizioso Frankenweenie (2012), corto giovanile di Burton elevato a lungometraggio, questo sì intriso del Burton “prima maniera”: film non certo all’altezza dei loro più illustri predecessori ma pur sempre piacevoli e interessanti, sicuramente tutt’altro che falliti come talvolta si sente dire.

Questa ultima fatica del regista californiano è un film dall’impianto più che mai tradizionale: la trama si svolge in modo lineare e cronologicamente rigoroso in un contesto assolutamente realistico, anche se non manca un certo tocco fiabesco nel tono del film come nella fotografia; in tal senso può ricordare lo splendido Ed Wood (1994), con cui non a caso condivide gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski, ma anche Big Fish (2003) per la ricchezza e morbidezza cromatica.

E’ la storia della pittrice statunitense Margaret Keane, i cui quadri raffiguranti bambini con grandi e tristi occhioni scuri spopolavano nell’America degli anni ’50 e ’60, e del suo rapporto conflittuale e controverso con il secondo marito Walter, sedicente artista fallito, abile affabulatore e inguaribile bugiardo, che tentò per lunghi anni di rivendicarne la paternità.

Si tratta dunque in sostanza di un film biografico il cui intento non è però semplicemente quello di raccontare una storia vera, quanto quello di sviscerare ed esprimere le emozioni e l’animo tormentato, fragile ma in fondo consapevole della protagonista: che Burton d’altronde parteggi per Margaret (è anche suo amico nella vita reale) è evidente sin dalle prime inquadrature e anche da molte scelte visive e registiche, la segue con particolare attenzione, le dedica molti intensi primi piani, in alcune scene, tramite particolari tagli di inquadrature e giochi di luce, pare addirittura volerla coccolare, proteggere. Non è avventato supporre che in fondo si identifichi proprio in lei, nella sua figura di artista sensibile, fragile, schiva, dotata ma spesso bistrattata da un mondo falso, opportunista e ingiusto, che acuisce in lei un senso di inadeguatezza ed emarginazione.

In questo senso Burton, raccontando quell’epoca (che pure presentava questioni al tempo scottanti come il maschilismo imperante a tutti i livelli) pare voler in un certo modo raccontare anche la nostra, che poi tanto distante in fondo non è, specialmente per l’accresciuta e pressante importanza e influenza (non sempre positiva) assunta dai mezzi di comunicazione, cui tra l’altro non sono risparmiate frecciate più o meno pungenti nel corso dell’intero film, al giornalismo in primis (basti pensare alla citazione iniziale della voce narrante di Danny Huston).

E’ presente dunque una profonda riflessione sulla figura dell’artista al giorno d’oggi, sul rapporto tra la propria sensibilità e la società (mediatica) che lo circonda, in cui l’apparenza e l’immagine che si dà di sè, magari presentata tramite convincenti eloqui e proclami sensazionalistici, arriva ad essere considerata più della propria reale identità, di ciò che realmente si ha da dire ed esprimere, nonchè del proprio spessore umano ed oggettivo valore artistico.

La bugia, insomma, elevata a sistema, con logiche ripercussioni sull’indipendenza di pensiero e la capacità critica del pubblico: siamo ben lontani dalla declinazione della bugia nella sua “parte buona della medaglia”, mezzo di costruttiva e liberatoria fuga dal mondo reale, decantata nel magnifico Big Fish.

BIG EYES

E’ proprio, comunque, nel personaggio di Margaret (che può entrare nella galleria dei classici “outsider” burtoniani) e in questa critica all’omologazione e spersonalizzazione artistica e sociale che si rintracciano maggiormente i caratteri distintivi della poetica dell’autore americano, che può aver cambiato modalità espressive, come è logico e doveroso che un autore possa fare, ma non, almeno per il momento, perso in ricchezza e sincerità di contenuti.
Il personaggio di Walter Keane rappresenta l’incarnazione della suddetta subdola società: all’apparenza cortese, affascinante e molto intraprendente, ben presto si rivela cinico, arrivista, persino violento. E’ un po’, per usare una definizione fumettistica (ambito caro in passato allo stesso Burton), il villain della situazione, e non a caso assume sovente contorni volutamente eccessivi, caricaturali, macchiettistici, quasi mostruosi, in pieno contrasto col candore e la tenerezza della figura femminile rappresentata dalla moglie; questo porta alla mente la tipica dialettica burtoniana tra bene e male, e la consapevolezza del loro legame indissolubile come facce di una stessa medaglia destinate a scontrarsi ma in fondo necessarie l’una per l’altra. E spesso tale confronto è tra l’altro funzionale alla riuscita del film stesso.
Se però in molti suoi film passati era in fondo evidente in un certo senso l’affetto e la comprensione che Burton provava per i suoi “cattivi”, qui Keane è irrimediabilmente condannato (in senso non solo figurato) sin dall’inizio per la sua condotta, e viene anzi persino ridicolizzato nelle scene finali, in cui viene lasciato in balia della sua stessa tracotanza ed esposto al pubblico ludibrio.

Un film che si basa pressochè interamente sull’incontro-scontro tra le due figure principali, così diverse e caratterizzate, non poteva assolutamente sbagliare la scelta degli interpreti: Burton è andato sul sicuro affidandosi a due dei migliori attori contemporanei, Amy Adams per la parte di Margaret e Christoph Waltz per quella di Walter.

La Adams, reduce dal successo di American Hustle (2013) di David O. Russell che le ha regalato il suo primo grande ruolo da protagonista (peraltro splendidamente interpretato e in cui ha toccato corde per lei inedite) dopo una serie di ottime performance di sostegno, conferma di poter assolutamente reggere tale onere dispiegando tutta la sua grazia, eleganza e sensibilità con una prova di ammirevole e sorprendente controllo e semplicità, rendendo tutta la complessità di un personaggio ingenuo ed insicuro, che finisce per immischiarsi in una situazione più grande di lei da cui però riesce ad uscire ricorrendo alla propria determinazione e a una raggiunta consapevolezza.

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Christoph Waltz è una certezza assoluta, a ben guardare già dal momento in cui esordì (almeno in una grande produzione americana, dopo anni di televisione in Austria e Germania), e fu subito reso immortale, in una performance da cineteca nei panni del terribile ufficiale nazista Hans Landa nel capolavoro di Quentin Tarantino Bastardi senza gloria (2009), cui seguì a breve l’altrettanto premiato Dr. King Schultz di Django Unchained (2012), solo per citare uno dei titoli più significativi.

Il personaggio di Walter Keane gli permette di dispensare tutto il suo fascino magnetico, insieme attraente e spaventoso, il suo istrionismo qui volutamente forzato e sopra le righe: se in altri contesti tale caratterizzazione sarebbe potuta risultare fastidiosa ed eccessiva (e a tratti rischia di diventarlo), in questo caso funge da contraltare a quella sotto traccia tenuta dalla Adams, rimanendo dunque accattivante, provocatoria ma entro i margini della credibilità.

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Tecnicamente l’impianto è piuttosto classico, ma non manca la solita cura dei particolari scenografici, registici e visivi che caratterizzano il cinema di Burton, il quale come sempre si è circondato di suoi fedeli collaboratori quali Rick Heinrichs per le intime e raccolte scenografie, Colleen Atwood per i variopinti costumi e l’immancabile Danny Elfman alle musiche, stavolta a dire il vero poco più che anonime e comunque non centrali; alla sgargiante e pittorica fotografia invece Bruno Delbonnel, alla seconda collaborazione col regista dopo Dark Shadows e reduce dallo splendido lavoro svolto in A proposito di Davis (2013) dei Coen.

Il film non è esente da difetti: la narrazione così lineare mantiene il ritmo su livelli discreti ma non trascendentali e in più il pericolo del didascalismo tipico dei biopic è dietro l’angolo, anche se in fin dei conti evitato, unitamente ad un certo manicheismo e schematismo nella delineazione dei personaggi che rende tutto sostanzialmente chiaro sin dalle prime battute, non lasciando molto spazio a interpretazioni e nemmeno all’evoluzione degli stessi.

Manca quella scintilla di magia in più, quel tocco di genio, cui peraltro ci ha abituato negli anni il regista, capace di rendere un film sì interessante, ben recitato e visivamente delizioso ma in fondo pericolosamente convenzionale un’opera veramente notevole, e non solo una (piacevole) tappa intermedia nella carriera di un autore in critica ed imprevedibile fase di evoluzione.

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