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Cinema | Pubblicato il 8 febbraio 2015

Quasi un unico, lunghissimo piano-sequenza che si pone con sguardo incuriosito più che ossessivo sugli attori, li segue senza pedinarli, indugia sui primi piani nelle sequenze statiche, levita sinuoso nelle scene dinamiche nel tempo e nello spazio in cui l’inquadratura è giudice discernente ma non giudicante.

Riggan Thomson è un attore di una certa età, vecchia gloria del cinema dei supereroi che vestiva i pani di Birdman, grande e unico successo dell’attore che ora sceneggia, dirige e interpreta uno spettacolo teatrale a Broadway che s’inerpica su tutti altri fronti. L’ansia del vedersi sparire e il ricordo di una notorietà trionfante ne compromettono lo stato psico-fisico. La lotta interna con l’uomo-uccello è la parabola dell’uomo che ha paura di non contare più nulla. Attorno a lui molti personaggi si ritagliano ruoli compositi, in cui sporadicamente la telecamera li veste da protagonisti.

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I personaggi disegnano emotività convulse, nel precario equilibrio del loro essere “artisti di scena” trainati da sogni ed ego, dove i ruoli si confondono e le interazioni danno luogo a debolezze e capricci: ecco che Mike Shiner (Edward Norton) è l’eccesso del “sono me stesso solo sul palco”, che si fa forte contro Riggan Thomson (Michael Keaton), per cercare di conquistarsi libertà autoriali illegittime, si fa invece riflessivo, contenuto, rispettoso sul tetto con la figlia Sam (Emma Stone), l’unico personaggio, non a caso il più giovane, a offrirci più di una riflessione sull’inutilità dell’ego, ma comunque consumata dalla stessa idea per cui, in fin dei conti, sono le aspirazioni personali a compiere la grande opera. E queste sono anche il fulcro del film e del suo protagonista soverchiato dal passato da supereroe, Birdman appunto, e ora, “ritiratosi” nel mondo del teatro, coagula idiosincrasie degne di sindromi bipolari il cui primo conflitto è da subito con il supereroe che incarnava, nascosto dentro di lui, che tenta in ogni modo di uscire. Iñárritu tesse tali paranoie senza nessuna rottura né narrativa né tecnica, concretizzando visivamente gli scompensi di realtà del protagonista nella continuità del piano-sequenza che assume valore metamorfico su ogni livello: temporale, cognitivo, spaziale e immaginario. Ecco che lo spettatore non ha segreti nello svelarsi della trama, ma vive l’evoluzione all’interno del set teatrale con la stessa curiosità che contraddistingue l’andamento della telecamera.

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La colonna sonora consta nella quasi totalità di sola batteria, in quelli che sono assoli ritmici che non cercano minimamente di tracciare situazioni emotive, ma piuttosto destrutturano il ritmo sonoro comportandosi da personaggio fuori scena (che per la verità si palesa davanti all’obiettivo due volte), portando la sonorità nelle stesse frequenze di estemporaneità e improvvisazione che sono tratti fondamentali dei personaggi, nonché del teatro stesso. A controbilanciare con gran contrappasso c’è ancora la regia sinuosa, catalizzando tutto nel suo unico occhio.

Un ingranaggio ben congegnato da Iñárritu, che tuttavia abbandona le tematiche del cinema che lo ha reso grande (21 grammi, Babel, Biutiful) dove, a quella che era l’indagine delle molte realtà della morte, s’impone una ricerca della forma della narrazione che, seppur esperimento magistrale, non arriva a paragonarsi a coloro che tale nuova forma la trovarono (David Linch – Mulholland Drive, Terence Malick – The tree of life), fermo restando una capacità autoriale che fa tesoro del cinema holliwooddiano ma se ne emancipa nel tentativo di esperire nuove potenzialità del mezzo cinematografico. Birdman fa, da una parte, spalancare gli occhi e stimolare la curiosità, dall’altra rimpiangere il cinema crudo ed estremo della passata stagione del regista messicano, in cui forse ora è legittimo pensare che fossero le sceneggiature di Guillermo Arriaga a concretare certi temi (e lo dimostrò al tempo con la sua opera The Burning Plain – i confini della solitudine.)

La fotografia è del maestro Emmanuel Lubezki (anch’egli messicano come il regista) già collaboratore di fiducia di Alfonso Cuaròn, Terence Malick ma anche dei fratelli Coen (Burn After Reading) Tim Burton (Il mistero di Sleepy Hollow) e Michael Mann (Alì).

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