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Recensioni | Pubblicato il 6 settembre 2011

Implodes-Black-Earth

Implodes

Black Earth

Genere: Psych-rock, Drone, Freakbeat

Anno: 2011

Casa Discografica: Kranky Records

Servizio di:

Questo articolo è stato scritto per la Rivista Paper Street e lo trovate a questo link.

La Kranky Records da sempre è sinonimo di qualità: basta leggere i nomi di Low, Deerhunter e Goodspeed You! Black Emperor. E anche questa volta non sbaglia, con il debutto degli Implodes, quartetto di Chicago formato da Ken Camden, Emily Elhaj, Matt Jencik e Justin Rathell.. E’ uno degli esordi migliori di quest’anno. E sicuramente fra i migliori album ascoltati sinora.

Black Earth come ha dichiarato la band è un posto immaginario simile ad una vecchia stalla piena di insetti morti e fuori una pila di alberi circondato da ragnatele e “vedove nere” che si aggirano minacciosamente.

Un album molto cupo e oscuro dove la distorsione fa da padrona e cavalca parecchi generi: dall’acid-rock e il Freakbeat al post-rock, dal grunge all’apocalyptic-folk al rock pischedelico e tutto impreziosito da un’atmosfera tipica della dark.wave. Paradossalmente risulta di un’armonia unica e la deformazione sonora riesce ad essere molto d’impatto e comunicativa. E’ la perfetta colonna sonora di un incubo o di notti insonni particolarmente inquiete. Le undici tracce diventano una sorta di pozione per far uscire e conoscere il nostro passeggero oscuro, il lato oscuro di noi che nessuno conosce.

A completare perfettamente il quadro c’è l’artwork che vede sullo sfondo un lago illuminato dalla luce del tramonto e in primo piano un’ombra di una donna con un coltello in mano. Estremamente poetico e raggelante.

La prima traccia Open the Door è un pezzo strumentale che si indurisce col passare dei secondi, mantenendo in sottofondo la chitarra che addolcisce il suono: una sorta di equilibrio che preannuncia una immersione nel buio (e ritroveremo questo aspetto anche nella breveExperential Report). Marker è estremamente lisergica e quella che più risente delle influenze del folk apocalittico nello stile della band di David Tibet.

White Window (anch’esso strumentaleha un inizio abbastanza dronico per poi prendere una piega dark.post-rock e molto visionaria e in un film targato Lynch calzerebbe a pennello, considerata la tensione emotiva.Schreech Owl sembra voler ridar fiato col suo primo minuto cristallino, ma poi parte una batteria minacciosa, il basso teso e la voce bisbigliata accompagnata da uno spoken word, che fa riemergere la sensazione di claustrofobia, che svanisce quando il suono riprende le note iniziali.

Oxblood è forse il pezzo più intenso (emotivamente parlando) dell’album:i sospiri della voce-fantasma penetrano l’anima e creano un vuoto che fa strada al nostro Dark Passenger. Di tutt’altro tenore Meadowland nella quale vengono fuori gli aspetti più shoegaze e grunge della musica degli Implodes. In Wendy sembra di sentire un Mogwai drogato e aspro.

Il capolavoro del disco lo troviamo in Song for Fucking Damon II Trap Door: le chitarre si impennano e pesano come macigni. E’ il perfetto corrispettivo musicale delle parole con cui la band ha descritto il pezzo: l’oscurità ha preso il sopravvento. Lo stesso mood lo ritroviamo nella successiva Down Time, ma con un’intensità calante. Hands on the rail , nella quale l’aspetto psichedelico si fonde con un tetro neo-folk, mette la parole fine al disco: la lacerazione è totale.

Senza ombra di dubbio il debutto degli Implodes è da incorniciare e mettere accanto a quelli altrettanto straordinari di James Blake e Anna Calvi. L’approccio multi-genere avrebbe potuto produrre un mezzo disastro, invece il gruppo ha saputo ben orchestrare il tutto e il risultato è un album di una potenza non indifferente.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Open the Door
  • 2 · Marker
  • 3 · White Window
  • 4 · Screech Owl
  • 5 · Oxblood
  • 6 · Meadowsland
  • 7 · Wendy
  • 8 · Experiential Report
  • 9 · Song for Fucking Damon II (Trap Door)
  • 10 · Down Time
  • 11 · Hands on the Rail

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