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Dischi DOC | Pubblicato il 6 marzo 2015

BLIND FAITH

Blind Faith

Blind Faith

Genere: Rock

Anno: 1969

Casa Discografica: Polydor/Atlantic

Servizio di:

Siamo in piena florescenza Summer Of Love, quando una meteora ne solcò il cielo lasciando una scia che per l’appunto – come la breve ma intensa vita di una farfalla -  durò giusto il tempo di un solo disco, ma di quei colori sonori intramontabili che  rimangono indelebili tra le divine stimmate del rock blues moderno. Eric Clapton e Ginger Baker, il cherubino Steve Winwood – rispettivamente liberi da impegni con le proprie band Cream e Traffic –  con l’aggiunta del basso di Rich Grech (ex Family) formano i Blind Faith, una “Fede cieca” che già prima di raccogliere un successo portentoso, attirò gli anatemi dei bacchettoni del tempo per via della copertina del disco dove una ragazzina di undici anni seminuda stringeva tra le mani un innocente modellino d’aereo che fu interpretato come raffigurazione subliminale di un simbolo fallico.

Registrato in quattro session nell’estate 1969, “Blind Faith” fu la celebrazione dell’incontro tra grandi esponenti dell’acid blues inglese; la vellutata grafia blues di Clapton, la tastieristica rock di Winwood e le attitudini psichedeliche di Baker e Grech sulle pelli e sulle quattro corde, si unirono in un equilibrio totale di delicatezza e classe che “aristocratizzò” il sound dei padri compensandolo di nuove melodie e cardini di lettura. Questi giovani baldi guarnirono  – quello che ora come ora è esposto nella storia delle musica –  di ricami e macramè assoluti “l’eleganza e una certa libidine auditiva” dell’evoluzione, della follia di una nuova via seminale che si farà tendenza e scolarizzazione all’infinito. Sebbene molti detrattori definirono l’album come succedaneo di suoni che non si staccavano dai caratteri già contemplati sia nei Cream sia nei Traffic, la nobiltà di “Had to cry”, basata su i ponteggi ruvidi di Clapton e la quasi stentorea voce di Winwood fa ricredere i più e apre un varco d’ascolto in tralice.

La ballata folk “Can’t find my way home” e “Well..all right” – brano di Buddy Holly – è lo sfogo creativo dei tasti di Winwood, mentre Clapton firma mastodonticamente “Presence of the Lord”, take in cui gospel e lascivi svisi elettrici creano un paradisiaco tessuto immortale. Il violino di Grech graffia in “Sea of joy” e finale cattedratico di un assolo di batteria molto progressive che in “Do what you like” lascia un Baker in ottima compagnia di libertà blues-jazz. Ma come si sa i sogni durano poco, e quello che doveva durare per molto ancora naufraga – per via del caratteraccio di Clapton – durante un tour americano pochi mesi dopo l’incisione del disco; quel fiore è sfiorito per sempre ma il patrimonio emozionale che lasciò non seccò, e se ora li ritroviamo stelle cresciute ed invecchiate nel mainstream, resta il sogno indefinibile di quella meteora sfuggente, quella cometa che col senno di poi, da reminiscenze bibliche, sembrava dire “seguitemi” sono nati dei nuovi “salvatori”. Detto fatto.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Had to cry
  • 2 · Can't find my way home
  • 3 · Well...all night
  • 4 · Presence of the Lord
  • 5 · Sea of joy
  • 6 · Do what you like

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