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Recensioni | Pubblicato il 19 marzo 2013

Copertina_Bloodroot

Ofeliadorme

Bloodroot

Genere: Alt-Rock

Anno: 2013

Casa Discografica: The prisoner

Servizio di:

Pochi preamboli: fossero nati a Bristol o, chessò, a Manchester, gli Ofeliadorme avrebbero invaso l’Europa almeno da un paio d’anni, dai tempi di quel All harm ends here che nel 2011 si era rivelato una delle migliori produzioni del nostro paese. Un esordio dal fascino immediato, capace di attirare l’attenzione del producer scozzese Howie B e spingerlo alla realizzazione di un remix di Paranoid park nonché di portare la band bolognese in tour in Uk, Francia e Belgio.

Il quartetto emiliano ritorna oggi con un lavoro maturo, in cui ogni tassello sembra perfettamente al posto giusto, che prosegue il percorso del suo predecessore puntando su una attenta ricerca sonora e su una solidità complessiva, in grado di mettere in evidenza l’affiatamento ormai consolidato tra la carismatica voce di Francesca Bono ed i compagni di viaggio Gianluca “G.Mod” Modica, Michele “Post” Postpischl e Tato Izzia.

Bloodroot, inutile girarci intorno, consacra definitivamente gli Ofeliadorme come una delle migliori band italiane: melodie ispirate, arrangiamenti curati in ogni piccolo particolare, testi mai banali, nonostante la scelta della lingua inglese, e un’avvolgente sensualità di fondo, sprigionata tanto negli episodi emotivamente più carichi quanto nei passaggi solo all’apparenza più lineari e semplici.

È il crescendo di “Last day first day” ad aprire l’album, su una leggera base elettronica che prende forza e si trasforma in un ritmato e a dir poco ipnotico ritornello, prima di cedere il passo ai cambi di ritmo della title-track “Bloodroot”, brano idealmente riconducibile alla verve assoluta del trio Pace-Pace-Makino.

Il malinconico e minimalista intermezzo chitarra e voce di “Magic ring” esalta le doti vocali ed interpretative di Francesca Bono per poi lasciare spazio alle delicate trame di “Pumpkin girl”, ma è nella seconda parte del disco che si condensano i momenti più intensi, a partire dai ritmi circolari di “Brussels”, in cui il lavoro svolto sulle percussioni crea picchi “drammatici” notevoli, per arrivare alla chiaroscurale “Predictable” ed ai suoi contrasti tra luce ed ombra, rumore e silenzio.

Ulysses” e “Stuttering morning” seguono impianti melodici più vicini al pop e al folk, immediati ma non per questo meno validi, sfruttando ritmiche rapide e coinvolgenti che entrano immediatamente in testa; si giunge così alla traccia di chiusura, “Otherwise”, una riflessione carica e sentita sullo scorrere del tempo che punta su sonorità dilatate ed oniriche.

Arricchito dalla presenza di diversi ospiti di rilievo, tra cui Angela Baraldi, Vittoria Burattini dei Massimo Volume e Marcello Petruzzi aka 33Ore, Bloodroot si presenta dunque come un lavoro eccellente, in grado di ammaliare sia gli ascoltatori più nostalgici che i sognatori dell’ultim’ora: che si tratti di veleno, medicina o pozione d’amore, il fiore dalle “radici sanguinanti” che dà il titolo al disco colpisce nel segno e non ci sarà certo da meravigliarsi se le nove tracce che lo compongono diverranno un’imprescindibile compagnia per chi ne verrà a contatto.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · Last day first day
  • 2 · Bloodroot
  • 3 · Magic ring
  • 4 · Pumpkin girl
  • 5 · Brussels
  • 6 · Ulysses
  • 7 · Predictable
  • 8 · Stuttering morning
  • 9 · Otherwise

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