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Recensioni | Pubblicato il 30 maggio 2013

Cloud Boat

Cloud Boat

Book of Hours

Genere: Future Sound

Anno: 2013

Casa Discografica: Apollo Records

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Il Treno del Future Sound, da due anni a questa parte, ha visto la moltiplicazione dei vagoni. Alcune volte semplici copie sbiadite dei pionieri del movimento. Altre volte più lucenti ed esaltanti e con sfumature che allargano il raggio d’azione e la stratificazione interna del genere. In quest’ultima categoria rientrano i Cloud Boat.

Il duo britannico, formato da Sam Ricketts e Tom Clarke, ha debuttato pochi giorni fa su Apollo Records con l’album Book of Hours. Prima di questo esordio, un paio di 10” tra cui uno uscito (non a caso) per la R & S Records.

Gli Undici brani che compongono l’album hanno soprattutto il pregio di aver saputo massimizzare quel minimalismo e quei silenzi che ha caratterizzato il movimento post-dubstep. La voce è la colonna portante con il suo aspetto decadente e il suo continuo spezzarsi (provate ad ascoltare un brano come “You Find Me“). Ma c’è molto di più. Quell’essenzialità è veicolata sia con un’elettronica sempre moderata ed equilibrata e che a tratti si appropria di licenze ritmiche (“Lions on the Beach” e “Pink Grin II“). E poi c’è la venatura folk delle loro composizioni con chitarre scarne e che danno profondità, in termini di spazio, agli arrangiamenti.

Youthern” è solo il primo esempio del meticoloso lavoro del duo: synth ricamati su ritmi distesi che si sciolgono nella grazia vocale. Questa persiste per tutta durata dell’album, anche quando entrano in scena i contrasti come in “Bastion” nella quale l’essenzialità della prima parte scivola nella consistenza della seconda. “Godhead” e “Drean” invece portano alla luce la radice acustica degli arrangiamenti a cui accennavo prima.

C’è anche il diversivo “Amber Road”, brano che si poggia su strutture ambient con esplorazioni rumoristiche. Su una strada simile prosegue “Wanderlust“, che a differenza della precedente lavora più sugli spazi e sui ritmi nel finale. La chiusura è affidata all’armonica bellezza della ballata “Kowloon Bridge“.

Molti si chiederanno perchè ci si esalta davanti a un disco del genere (niente che non sia stato già sentito). Oltre per la qualità intrinseca dell’album, c’è tutta una prospettiva dietro. Ovvero quella di una visione che va ben oltre i propri punti di riferimento. Oltre la varietà, c’è un’emotività rara in questo lavoro che si manifesta con intuizioni e sfumature differenti che permetteranno al duo britannico di emergere in maniera defintiva. Ma per il momento non possiamo sottrarci dal dire che siamo davanti a un notevole debutto.

Voto: 7,2/10

Tracklist:

  • 1 · Lions On The Beach
  • 2 · Youthern
  • 3 · Bastion
  • 4 · Drean
  • 5 · Amber Road
  • 6 · You Find Me
  • 7 · Wanderlust
  • 8 · Godhead
  • 9 · Pink Grin I
  • 10 · Pink Grin II
  • 11 · Kowloon Bridge

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