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Recensioni | Pubblicato il 22 novembre 2013

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Orla Wren

Book of the Folded Forest

Genere: Ambient-Drone-Folk, Sperimentale

Anno: 2013

Casa Discografica: Home Normal Records

Servizio di:

Ci sono mondi straordinari che sfuggono persino ai cultori della nicchia. Universi impalpabili che prendono concretezza per opera di quegli attori che creano spazi costruiti meticolosamente e atmosfere ipnotiche, diventando la più elevata manifestazione dell’arte in senso totale.

Orla Wren ha sempre coniugato l’aspetto visuale con quello musicale. Lo conferma il suo ritorno a quattro anni dal notevole The One Two Bird And The Half Horse.  Book of the Folded Forest, infatti, accompagna alle dodici composizioni sette film di altrettanti talentuosi registi che hanno provato a disegnare il mondo del musicista britannico con l’arte cinematografica.

Più che musicista, abbiamo a che fare con uno scultore del suono e chi ha già avuto modo di conoscerlo sa bene di cosa parlo. Per i novizi, questo nuovo lavoro sarà l’occasione per scoprire le sue immense doti: Orla Wren costruisce equilibri, spesso fragili, caratterizzati da un suono gentile e tremolante (“The Wintering Box“), esaltato dalle pause, dalle piccole fratture; un concetto di melodia differente che trova le sue radici nel minimalismo, lei strutture ambient-drone  ed elettroacustiche nel quale anche l’aspetto vocale, sussurrato e mai sovrastante, diventa fondamentale per abbracciare la bellezza della sua musica. Pensate all’efficacia in “I Must Live In My Lantern“, uno dei pezzi più minimali dell’album, nell’evocativa di “The Painting Tree” e  ”A Lone Flake Of Sail“, nel quale lo stato di abrasione non provoca ferite.

The Words under the wood” ci fa intuire anche il mood malinconico e l’essenzialità della cura degli spazi: si viene a creare quasi una spaccatura involontaria nel quale lo stato ammaliante è tagliato da uno strato inquieto. E il processo si ripete anche nel chiassoso frenato silenzio di “Swallow Tails And The Story Born“.

Tra i brani più riusciti dell’album c’è la strumentale “Willow Bows And Cats Cradles” caratterizzato da una sublime ascesa ritmica e una successiva “revisione” che aggiunge uno strato rumoristico che accorcia gli spazi. Non è da meno “Four Feathers Few” nel quale emerge il virtuosismo strumentale, con gli archi che diventano a un certo punto il portante del brano, e l’nnata capacità di disgregazione soffice della struttura compositiva. Gli archi diventano essenziali anche nel brano finale “Ashes form a Long Fire“ trascinando la misura vocale e dando fluidità all’archiettura del brano.

Questo terzo lavoro svela, per l’ennesima volta, un talento mai abbastanza esaltato: architetto e creativo allo stesso tempo, il musicista britannico ci porta la completezza dell’arte non accontentandosi di dare profondità all’estetica e vigore all’aspetto interiore della composizione. Il surplus è rappresentato dell’esternalizzazione della sua visione attraverso gli occhi di sette registi che elevano l’esperienza d’ascolto. Fondamentale di quest’anno.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · The Words Under The Wood
  • 2 · I Must Live In My Lantern
  • 3 · The Wintering Box
  • 4 · Willow Bows And Cats Cradles
  • 5 · Four Feathers Few
  • 6 · Shipwreck Seems Sweet To Me In This Sea
  • 7 · The Painting Tree
  • 8 · Swallow Tails And The Story Born
  • 9 · A Lone Flake Of Sail
  • 10 · Things You Cannot Keep
  • 11 · Rising Swing Ringing
  • 12 · In A Past Life I Was A Woodcarvers Knife
  • 13 · Ashes From A Long Fire

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