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Cinema | Pubblicato il 7 novembre 2014

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Richard Linklater è una strana creatura bicefala nel panorama cinematografico statunitense. Da una parte il cinema indipendente e sperimentale (Slacker, Waking Life, la trilogia Before SunriseBefore SunsetBefore Midnight) dall’altra cult generazionali squisitamente commerciali come School Of Rock, tutti uniti da una costante: il regista è sempre riuscito a ottenere ottimi riscontri da parte di critica e pubblico; e forse è questo ad averlo spinto a tentare un’impresa rischiosa a cui molti devono aver regalato più di qualche pensiero, ma che mai nessuno prima aveva tentato. Boyhood è un vero e proprio azzardo, un film le cui riprese sono state sparpagliate lungo un periodo di più di undici anni: per qualche giorno all’anno il regista ha lavorato con un cast selezionato di attori così da poter impressionare sulla pellicola tutti i piccoli e grandi cambiamenti fisici di una persona, e in particolare del protagonista, interpretato dal promettente (ora possiamo dirlo) Ellar Coltrane, che iniziò le riprese all’età di sette anni per concluderle diciottenne. La trama procede in modo lineare, a blocchi, seguendo la vita del bambino e della sua movimentata storia familiare, dalle elementari fino al primo giorno dell’università. Lo osserviamo mentre guarda Dragonball Z sul divano, mentre gioca nel cortile o quando origlia, senza capirle, le sfuriate tra la giovane madre Olivia (Patricia Arquette) e il suo uomo attuale, che non riesce ad accettare le responsabilità di una madre. Conosciamo il padre divorziato (Ethan Hawke), che sembra lontano anni luce dalla maturità della madre, la quale deve farsi carico di gran parte delle responsabilità. Lui ha una Mustang e vorrebbe vivere di musica, li porta a giocare, mentre lei li esorta a fare i compiti. E poi, senza neanche accorgersene, siamo già alle medie. I primi brufoli per Mason, le prime rughe per la madre Olivia, mentre la sorella Samantha (interpretata dalla figlia di Linklater, Lorelei), quindicenne, si vergogna di andare a prendere il fratellino a scuola. Nella vita della madre si succedono uomini sbagliati, e la famiglia continua a muoversi nei quattro angoli del Texas viaggiando di casa in casa, così come impone lo stile di vita americano. Intanto la madre riesce a laurearsi e a diventare professoressa, il padre si fa un’altra famiglia, il passare del tempo è rivelato da indizi sottili: un nuovo taglio di capelli, uno stralcio di cronaca televisiva sulla guerra in Iraq, i primi ciuffi di barba, la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti o una canzone alla radio. Non c’è alcuna data in sovrimpressione ad avvertirci, i cambiamenti semplicemente accadono, così come la vita non ci avverte che un altro anno è inesorabilmente trascorso: ce ne accorgiamo da soli, senza preavviso, con repentine e talvolta dolorose manifestazioni di consapevolezza.

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Linklater si è tenuto il più possibile lontano da una struttura narrativa tradizionale. Ogni blocco, ogni sessione di riprese è una piccola storia a sé stante, non c’è e non può esserci un ordito drammaturgico elaborato, così come nessuno di noi potrebbe pensare alla propria vita come una storia drammatica. Mentre Mason e Samantha crescono e i genitori e gli amici invecchiano non c’è spazio per nessuna hýbris. Noi osserviamo i genitori fare scelte sbagliate, ma nello spazio di alcuni minuti il tempo è già trascorso, ha già lasciato le sue cicatrici e la vita ha trovato il suo nuovo corso: e tutti ne portano addosso le conseguenze. Questo approccio è spiazzante, quasi straniante, perché si allontana dalla nostra idea classica di film. Io, per esempio, ho fatto difficoltà ad entrare in risonanza con un personaggio in continua evoluzione, fisica oltre che psicologica. Ma questo forse è dovuto pure alle scelte (o alle capacità) registiche di Linklater. La messa in scena è tutt’altro che emotiva, introspettiva, come potrebbe esserlo quella di The Tree Of Life, in grado di farci vibrare sulla stessa lunghezza d’onda dei tre bambini protagonisti, ma non si avvicina nemmeno a quel realismo, o meglio naturalismo, a cui ci hanno abituati certi autori europei degli ultimi anni, come Kechiche o i fratelli Dardenne. Linklater si limita a raccogliere tante istantanee in un album ben ordinato, ricorrendo a una fotografia non certo appariscente e a una regia al limite del televisivo. Non riusciamo a entrare nella storia, nella vita della famiglia di Mason, ma ci limitiamo piuttosto a osservarla da fuori. Purtroppo questo, a mio avviso, è un grosso limite e impedisce alla pellicola di toccare quelle vette di epicità che molti le stanno attribuendo dal momento dell’uscita, forse trascinati dall’arditezza dell’esperimento. Il cinema è prima di tutto un linguaggio: torniamo a Malick, che in The Tree of Life produsse migliaia di ore di pellicola e trascorse anni in postproduzione. Questo è tempo sfruttato per elaborare un ben preciso linguaggio, che nel cinema di Malick raggiunge un lirismo travolgente. Linklater sfrutta il suo tempo per fare invecchiare gli attori, ed è una trovata drammatica potenzialmente fortissima, ma il linguaggio è quello di un qualsiasi film indipendente americano, e questo purtroppo non è sempre sufficiente.

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Un altro limite è nella sceneggiatura fin troppo verbosa, che talvolta mette in bocca ai personaggi ciò che dovrebbe naturalmente trasparire dalla narrazione (e che in effetti spesso traspare in ogni caso: quindi perché sprecare parole?), altre volte diventa pericolosamente artificiosa in rapporto agli obiettivi che il regista si prefissa, spesso è troppo indulgente con i suoi personaggi: la madre in carriera, il padre ritornato in carreggiata senza troppi sforzi dopo una gioventù indolente, i due bambini che nonostante tutti i traumi che la vita ha riservato loro se ne escono senza nemmeno un graffio e persino un po’ artisti: purtroppo la vita non è sempre così generosa con i comuni mortali. Ma d’altra parte queste sono forse critiche tangenziali all’obiettivo, almeno in parte centrato, del regista: inscenare una grande epopea sullo scorrere inesorabile del tempo, un film che ci faccia toccare con mano la caducità dell’attimo presente e allo stesso tempo lo collochi in una prospettiva storica, dando di fatto un volto cinematografico alle tesi di Heidegger sull’uomo-progetto. La cristallizzazione di 12 anni di realtà (filmica) che, compattata all’interno di una pellicola di tre ore di durata, riesce a darci un’idea, uno scampolo di visione di qualcosa d’altro, .

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