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Recensioni | Pubblicato il 8 giugno 2012

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Amor Fou

Cento Giorni da Oggi

Genere: Pop Rock, Dance Rock

Anno: 2012

Casa Discografica: Universal

Servizio di:

Dopo l’uscita de I Moralisti, due anni fa, credevo che la crescita artistica di questa band milanese fosse al suo apice, che dopo un album splendido come lo era stato quell’ultimo difficilmente sarebbero riusciti a superarsi di nuovo, e che avrebbero puntato a mantenere lo stile ormai consolidato anche nei loro lavori successivi. Potete dunque immaginare il mio disappunto quando, qualche mese fa, sono uscite le prime voci sul loro nuovo lavoro: voci che parlavano di un Raina illuminato che affermava di voler voltare pagina rivoluzionando completamente il sound su cui si era adagiato, folgorato dal suo viaggio in Africa dove si diceva avesse avuto una qualche mistica esperienza che aveva cambiato radicalmente il suo modo di vedere le cose. Scherzi a parte, mi metteva di malumore il pensare che il nuovo disco sarebbe stato radicalmente diverso dal suo predecessore, semplicemente perché temevo che, in una congiuntura così apparentemente perfetta come quella che si era creata, delle novità sarebbero state solo foriere di peggioramenti e sviamenti. Sono passati alcuni mesi, mesi fatti di sporadiche anticipazioni, rilasciate attraverso un profilo tumblr, che non facevano altro che accrescere in me dubbi ed aspettative. Ora, finalmente, ho potuto ascoltare per intero il terzo disco degli Amor Fou e posso chinarmi in ginocchio e recitare un contrito mea culpa. Già, perché ammetto di aver sbagliato a non dare fiducia al nuovo che mi si prospettava innanzi; Alessandro ed i suoi sono felicemente riusciti in un compito assai difficile, superare sé stessi. Cento giorni da oggi è diverso, ma diverso in senso positivo; abbandonati i veli di indie rock si immerge profondamente in un pop di qualità, dal sapore fresco e spumeggiante, in grado di affrontare temi pesanti e leggeri con una verve scanzonata ed amabile, il tutto coperto da un sottile velo di sensualità. Una delle novità del disco è la parte importante che viene assegnata alla musica elettronica ed ai lavori di synth, un’aggiunta inaspettata che però contribuisce ad un perfezionamento di aspetti già propri della loro musica. Il citazionismo che li aveva caratterizzati non scompare, ma si modifica, si alleggerisce e, soprattutto, si fa più contemporaneo, più mirato e meno fine a sé stesso. Il disco comincia con Gli zombie nel video di thriller, e già si capisce che tutto è cambiato; melodicamente svelta e pulita, con basi al sintetizzatore semplici ma efficaci ed il coretto di voci bianche sul finale che ci sta tutto (diversamente da quanto accaduto poco tempo fa per Io so chi sono degli Afterhours); dal punto di vista del testo non si parla più di eroi e di ideali ma della noia della vita di un giovane borghese medio che “a lezione preferisce adescare 
le primine borghesi con la ketamina”. Alì è l’apripista di Cento giorni da oggi, l’anteprima accompagnata da un geniale (ed esteticamente invitante) video del misterioso regista olandese Sterven Jonger, conosciuto da Alessandro nel suo ormai celebre viaggio nel sud del mondo. La componente elettronica si fa più invadente e su un ritmo quasi dance si attua un paragone tra i figli dei persiani di Berlino ovest ed quelli dei precari di Milano, come a mostrarci che in realtà le differenze reali non ci sono poiché gli istinti che li muovono sono gli stessi. Goodbye Lenin si sviluppa su una ritmica da viaggio nello spazio, qual’è appunto quello del primo uomo sulla luna; del testo non si può che citare la sentenza/manifesto “Abbiamo voglia di andar via, 
detestiamo la realtà, 
così, tanto per. 
Amiamo la pornografia, 
non abbiamo regole, 
che male c’è?”. Ancor più esplicita sulle tematiche dei nuovi Amor Fou è la splendida Vero, il brano che preferisco. Su un incedere omogeneo e generoso si innesta un ritornello dolce e crescente. Il testo è quasi un flusso di coscienza, pensieri sconnessi aggregati tra loro che potrebbero appartenere a chiunque ed in particolare a quella generazione non ancora trentenne a cui l’intero disco è evidentemente diretto. Il vecchio sound si rifà presente in Una vita violenta ed in I 400 colpi, pregne dei ritmi già collaudati dell’indie pop originario. Le liriche affrontano il tema amoroso, ma lo oltrepassano per andare oltre, dal rimorso per il passato alla speranza per il futuro. Urge citare “Dove regnerà l’odore della tua voce, 
dove morirò nella bellezza delle tue mani 
che non sono mai state veramente mie”, perché, bisogna dirlo, di poesia si tratta. La primavera araba, con la voce di Davide Autelitano dei Ministri, tocca per l’appunto l’argomento del titolo, la prima battaglia iniziata attraverso internet (iniziata giacché poi, come tutte le battaglie, al momento di denuncia deve seguire la necessaria azione); pezzo importante nonostante abbia trovato la parte sonora meno valida delle precedenti. Padre davvero unisce una critica/riflessione di tema spirituale ad una melodia dance rock alla Talking Heads, mentre I volantini di scientology si imposta su sonorità più dreamy e si palesa come il brano più riflessivo del disco; in esso vengono sondati in modo cinico e dissacrante vari aspetti della società che ci circonda, con le sue debolezze ed il ridicolo di certi suoi atteggiamenti. Le guerre umanitarie parte in sordina per poi riscattarsi con un ritornello da capogiro, scorrevole e vibrante; il testo parla delle crociate combattute a colpi di social network, e dell’estrema passività che nascondono (Bombardiamo Tripoli! Puniamo chi bestemmia nei reality! / 
in ogni caso a noi non sarà chiesto che un voto). La voce di Alessandro Baronciani si intromette prepotentemente nel tragitto con il minuto scarso di Radiante, brano che, a detta dello stesso Raina, si pone come tributo alle radici anche hardcore della band. Forse Italia, vestita del suo pop elegante, cita Endrigo e ci trasmette alcune istantanee (forse quelle della polaroid citata nel brano) degli ultimi anni del nostro paese, nel suo bene e nel suo male. Chiude il tutto, purtroppo, Tigri (the song), il pezzo che, per la sua ripetitività, meno mi ha convinto dal punto di vista musicale. La genesi è certamente da ricercarsi nel viaggio africano del frontman, ed in questo caso le parole valgono più dei suoni che le accompagnano, e dipingono la realtà di un paese meraviglioso alla vista (“in un posto così si potrebbe anche non pensare”) ma di una bellezza insidiosa e conturbante in cui perdere sé stessi per scoprire un nuovo valore da dare alla propria vita.

Non pretendo certo di essere riuscito in queste poche righe a raccontare a dovere un album così denso nonostante la sua apparente immediatezza. Il concetto che mi piacerebbe aver trasmesso è che Cento giorni da oggi è frutto di una evoluzione artistica che ha avuto il coraggio di uscire da schemi soffocanti per dire qualcosa di nuovo, per parlare del quotidiano e non più del passato, per mostrare in modo disincantato di cosa è composta la nostra realtà, ma anche per esplorare sentimenti e per dipingere un affresco di aspetti che ci circondano e ci appartengono. Un disco che parla di temi meno pretenziosi, meno ideologici e più genuini. Chi saprà apprezzare apprezzerà, chi invece si era troppo affezionato agli amori sofferti ed al dolore nobile ma sterile ne resterà deluso e, forse, amareggiato. In ogni caso questo disco sarà amato o odiato, ma certamente non lascerà indifferenti.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Gli Zombie Nel Video Di Thriller
  • 2 · Alì
  • 3 · Goodbye Lenin
  • 4 · Vero
  • 5 · Una Vita Violenta
  • 6 · I 400 Colpi
  • 7 · La Primavera Araba
  • 8 · Padre Davvero
  • 9 · I Volantini Di Scientology
  • 10 · Le Guerre Umanitarie
  • 11 · Radiante
  • 12 · Forse Italia
  • 13 · Tigri (The Song)

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