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Cinema | Pubblicato il 27 luglio 2014

È nuovamente estate e il cinefilo, in Italia, è destinato a porsi l’eterna domanda: ma i cinema sono vuoti perché non c’è nulla da vedere oppure non c’è nulla da vedere perché i cinema sono vuoti? Tra un horror raschiato dal fondo del barile negli avanzi della stagione passata e l’ultima commedia di Adam Sandler comunque, a cercare bene, qualche perla si trova sempre: per esempio quest’anno si presenta l’occasione per gustarsi nuovamente, restaurata e su uno schermo gigante, la Trilogia del Dollaro. E allora ecco il mio personale tributo a un regista che il cinema ce l’aveva nel sangue, e a una delle saghe più importanti e mitologiche di tutti i tempi. Qualche riflessione, qualche curiosità, tutto ciò che negli anni ho imparato su questi capolavori.

Per Un Pugno Di Dollari

Per Un Pugno Di Dollari è un western italiano. Oggi la cosa potrà forse parere scontata, ma nel 1963 non lo era per niente.  Il western, com’è anche ovvio, era un genere rigorosamente, esclusivamente statunitense. Si può trovare qualche precedente italiano ma si tratta di b-movie di scarso valore, derivativi del paradigma americano. L’idea che un western potesse essere girato in Italia o in Spagna faceva sogghignare il pubblico, gli addetti ai lavori se ne vergognavano pure un po’: regista e collaboratori apparivano nei titoli di testa sotto pseudonimo, così che il pubblico in sala credesse di avere a che fare con una pellicola prodotta negli Stati Uniti, e Per Un Pugno Di Dollari non fa eccezione. Ci voleva quindi un piccolo miracolo affinché un film del genere uscisse dalla nicchia delle produzioni da due soldi per entrare nella storia. Una congiunzione di eventi e di personaggi che ha qualcosa di miracoloso. Vediamo come andò.

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Sergio Leone era un giovane regista di belle speranze. Romano, amante della bella vita (faceva parte della gioventù di Trastevere negli anni roboanti de La Dolce Vita), aveva già co-diretto alcuni grossi progetti  americani (tra gli altri Ben Hur) e diretto un primo lungometraggio, un esordio spesso dimenticato, Il Colosso Di Rodi (1961). All’epoca i peplum andavano per la maggiore e portavano a Cinecittà soldi e produzioni internazionali ed era normale per un regista di genere esordire in quell’ambiente. Non un brutto film, ma nemmeno indimenticabile. Intorno al ’63 Leone era po’ in bolletta e l’interesse per i peplum iniziava a scemare: aveva bisogno di un nuovo progetto. La folgorazione arrivò quando al cinema vide Yojimbo (in italiano La Sfida Del Samurai). Il film, di Kurosawa, è uno splendido chambara interpretato da un grande Toshiro Mifune nelle vesti di un samurai solitario che arriva in un paesino sotto il controllo di due influenti famiglie perennemente in guerra. Il samurai, senza meta e senza nome, riporta l’ordine in città facendo il doppio gioco tra le due famiglie. Più che in molti altri film di Kurosawa si riconoscono chiaramente alcuni stilemi centrali nell’universo dei western americani. Questo dà da pensare: ironicamente la grande rivoluzione del genere western è partita nell’Estremo Oriente e si è concretizzata in Europa. Questo perché, lo possiamo ammettere francamente, Per Un Pugno di Dollari deve moltissimo a Yojimbo, più di quanto Leone volle mai ammettere. Abbiamo la trama, che è in gran parte identica, ma non è solo questo. Nel film di Kurosawa si respira un cinismo, un’ironia nera che permeerà poi l’intera Trilogia del Dollaro. Ci sono anche le differenze però. La prima, tra tutte, è l’attore protagonista. Toshiro Mifune è tutto l’opposto rispetto a Eastwood. Mifune è un attore navigato, uno dei migliori nella storia del cinema, riesce a incarnare qualunque personaggio e cambiare espressione nel giro di un lampo. I sorrisi folli del suo samurai solitario mettono i brividi. Eastwood è molto diverso. Ma com’è che il giovane attore statunitense finì sul set di un western Italo-Spagnolo? Leone era in qualche modo riuscito a mettere in piedi una co-produzione internazionale con finanziamenti italiani, spagnoli e tedeschi. Fa sorridere pensare che il film fu girato con gli avanzi della produzione di un altro western italiano, Le Pistole Non Discutono: un film (giustamente) relegato all’oblio della storia. Insomma, quel che mancava era l’attore protagonista. E, per esigenze di marketing, occorreva fosse una star americana, ma per esigenze di portafoglio doveva essere alla portata del budget irrisorio . Leone propose utopicamente la parte ad Henry Fonda, che naturalmente scartò il progetto con una bella risata. Il secondo tentativo andò a Charles Bronson: « Pensai che fosse uno dei peggiori copioni che avessi mai visto ». La scelta ricadde infine sul giovane, oscuro ed economico Clint Eastwood, protagonista della serie televisiva Rawhide. Eastwood, dicevamo, è tutto il contrario di Mifune. Così dice Leone in un’intervista del 1982: « Ciò che più di ogni altra cosa mi affascinò di Clint era il modo in cui appariva e la sua indole. Nell’episodio Incident of the Black Sheep Clint non parlava molto… ma io notai il modo pigro e rilassato con cui arrivava e, senza sforzo, rubava a Eric Fleming tutte le scene. Quello che traspariva così chiaramente era la sua pigrizia. Quando lavoravamo insieme lui era come un serpente che passava tutto il tempo a schiacciare pisolini venti metri più in là, avvolto nelle sue spire, addormentato nel retro della macchina. Poi si srotolava, si stirava, si allungava… L’essenza del contrasto che lui era in grado di creare nasceva dalla somma di questo elemento con l’esplosione e la velocità dei colpi di pistola. Così ci costruimmo sopra tutto il suo personaggio, via via che si andava avanti, anche dal punto di vista fisico, facendogli crescere la barba e mettendogli in bocca il cigarillo che in realtà non fumava mai ». Molti nei primi giorni di riprese rimasero perplessi. Non recitava, Eastwood. Ma poi guardarono il girato. E là, attraverso il filtro del cinema, veniva fuori il suo carisma magnetico. Con cappello, senza cappello. Con sigaro, senza sigaro. Quattro espressioni, non serviva di più. Il resto, almeno in Italia, l’ha fatto Enrico Maria Salerno con il suo grande lavoro di doppiaggio, che ha dato un ulteriore tocco beffardo alla sua interpretazione sorniona. Serviva quindi un antagonista, e la scelta ricadde su Gian Maria Volonté, scrittore e interprete teatrale reduce di un disastro economico della sua ultima creazione per il teatro: bastarono pochi spiccioli ad arruolarlo. Era una scelta economica ma si rivelò preziosa. Volonté, attore teatrale, versatile e istrionico, era molto diverso da Eastwood. L’attore, che interpreta il rude messicano Ramòn, contrabbandiere della famiglia dei Rojos (una delle due che si contendono la cittadina), dona con i suoi modi drammatici e in qualche modo aristocratici un certo contrasto al suo personaggio, specie nei confronti dei ben più prosaici fratelli. Leone ama i contrasti. Ama usare attori con la faccia da buoni per interpretare personaggi spietati, ama contrapporre in fase di montaggio ingrandimenti estremi sugli occhi dell’attore a un campo lunghissimo del deserto, oppure alternare l’attesa sfiancante prima di un duello all’esplosione fulminea della violenza. Ma andiamo con ordine.

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Il genere western, tra tutti i generi di Hollywood, era tra i più antichi e tra i più codificati. Nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di parabole morali, che tutte insieme andavano a costituire una mitologia ben precisa sulla fondazione degli Stati Uniti. Al di là di una chiara distinzione tra i buoni e i cattivi, i film narravano di terre vergini, verdi e ospitali e di mandrie sterminati, raccontavano storie di peccato e di redenzione, costruivano i valori positivi e gli ideali fondanti di una nazione. Non è solo questo: i grandi registi western dell’epoca, come Ford e Hawks, avevano un approccio in un certo senso documentaristico. I loro film erano girati on location, la ricerca dei costumi e delle costruzioni dell’epoca era meticolosa, c’era un lavoro sugli accenti dei protagonisti, sulle loro professioni, sulla geografia e sull’architettura dell’epoca. L’ambizione era il realismo (questo in un certo senso è paradossale se pensiamo a quanto veniva taciuto sulla vera storia del Far West). Non solo, ormai il genere aveva le sue regole ben precise pure dal punto di vista tecnico. Il piano medio, quello a mezzo busto, era stato inventato appositamente per far entrare la pistola nell’inquadratura ed era il più sfruttato. Per non parlare della solidissima convenzione secondo la quale il colpo di pistola e l’uomo colpito dal proiettile non potevano stare nella stessa inquadratura. Leone, italiano, può permettersi di infischiarsene. Lui il Far West lo aveva vissuto filtrato attraverso il cinema, i fumetti, le storie d’avventura: i suoi riferimenti non erano la realtà storica ma il mito. Come dirà più avanti, le sue erano fiabe per adulti. L’universo dei western di Leone è fatto di briganti e opportunisti, i buoni spesso sono più spietati dei cattivi e i cattivi sono figli della circostanza. I rigogliosi pascoli americani si trasformano in un deserto inospitale e polveroso (il film è girato in Almerìa, Spagna, scelta privilegiata per numerosissimi western italiani), punteggiato qua e là di stentati insediamenti. In queste cittadine vivono personaggi sopra le righe che macinano one liner una dopo l’altra, quasi dei fumetti viventi. I costumi, i set servono a forgiare un universo totalmente inedito e al di fuori della realtà storica. Basti pensare allo straniero senza nome: con quel poncho dalle strane greche ha un che di mediterraneo, della mitologia ellenica (in fondo Leone crebbe con i peplum). Il suo personaggio si nutre delle sue pose, dei riconoscibilissimi vestiti, del sigaro in bocca. Non è nemmeno un personaggio, non è una persona. Non possiamo nemmeno dire sia dotato di una vera e propria psicologia, tutta la sfera personale ci è negata: lo straniero senza nome è una sorta di anti-supereroe fatto e finito per diventare un nuovo archetipo cinematografico.

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Ma è nella regia la rivoluzione straordinaria. Se il pistolero di Eastwood potrebbe essere il protagonista di un fumetto, Leone ci costruisce attorno le tavole e le mette sulla pellicola. La regia avventurosa dal ritmo serrato tipica dei classici americani è completamente destrutturata. Leone sfrutta i primissimi piani e i dettagli piuttosto che i campi medi, così poi da anteporli a piani lunghissimi infiniti, con dei grandangoli portati all’esasperazione. Il montaggio diventa un’arma fondamentale per costruire la tensione, che riesce a toccare dei picchi spaventosi senza che i personaggi muovano un muscolo. In un certo senso è un riavvicinamento a un cinema più classico, c’è persino qualcosa del muto nelle sue inquadrature avvolgenti e nell’importanza rivestita dai volti: perché è sempre l’immagine ad avere la precedenza. Si può dire che Leone non inventò nulla, ma rielaborando e rimettendo in discussione alcune regole ritenute intoccabili creò un linguaggio unico e fuori dal tempo. Tarantino parla di Leone come dell’inventore del cinema moderno, e non gli si può dar torto: si può dire che il postmodernismo nel cinema nasca da qua. L’ultima nota, doverosa, riguarda l’accompagnamento musicale (che fu aggiunto solo in post produzione una volta terminato il montaggio, quindi pareva appropriato parlarne alla fine). Leone scoprì Morricone guardando un altro di quegli improbabili western italiani che precedevano Per Un Pugno Di Dollari, Duello Nel Texas. Il film era un mezzo disastro, ma la colonna sonora lo folgorò: Morricone era arruolato. Possiamo scordarci le sinfonie d’archi dei western dell’età d’oro. Il compositore, che fu allievo di John Cage, amava inserire nei suoi arrangiamenti suoni di oggetti quotidiani: una frusta, uno schiocco, un sonaglio, una campana, il suono dissonante di un piffero. La melodia è sorretta da cori, un fischio o una chitarra elettrica, ricreando esattamente quell’atmosfera pop, sopra le righe e beffarda inscenata dal regista. È ancora una rivoluzione: il western si elettrificava prima ancora di Bob Dylan. Sembra incredibile che un unico film potessero convergere tanti nomi giganteschi, tante icone della cultura contemporanea: Leone, Eastwood, Volonté, Morricone, tutti videro il loro successo esplodere con questa rilettura western di un film di Kurosawa. In Italia nasceva il nuovo ricchissimo filone degli spaghetti western, costellato di capolavori, Leone riscuoteva un budget consistente per girare Per Qualche Dollaro In Più: insomma, il bello doveva ancora arrivare.

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