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Reloaded - Speciali e Monografie | Pubblicato il 13 settembre 2015

mixtapes

Prima regola: cassetta vuota dentro al “mangianastri”, radio accesa e, quando passava la canzone che ti piaceva, correvi allo stereo e premevi rec. E quanto maledicevi il DJ che si metteva a parlare prima ancora che la traccia fosse finita, distruggendoti un assolo conclusivo o un fade out notevole…

Le “mixtapes” sono i veri antenati di Napster: un tempo si “rubava” la musica alla radio, poi con il download e oggi (secondo alcuni) con lo streaming.

La digitalizzazione dell’universo musicale ha portato con sè due fenomeni interessanti.

Il primo è che ad ogni furto della proprietà intellettuale, è corrisposta una contraria reazione “anti furto”. Alcuni CD vennero dotati di misure anti copiabilità (di scarso successo), le tracce scaricabili da iTunes sono protette da DRM (digital right management, una sorta di diritto d’autore tecnologico che non consente la copiabilità). Lo streaming poi, se non si supera la barriera della sottoscrizione a pagamento, non ti consente di godere appieno di un bel disco dei Black Sabbath. Non per intero almeno.

Non è facile dire chi sia il bene e chi il male in questo processo di tira e molla per cui alcuni vorrebbero una musica più “protetta” e altri più “libera”, fatto sta che le statistiche parlano chiaro: secondo l’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI), negli ultimi 15 anni le vendite di dischi sono calate del 43% negli Stati Uniti.

Chi produce mette anima e corpo nella realizzazione di un album e a volte non si tratta di sola fatica fisica ed artistica, ma anche economica.

Allo stesso tempo però è vero che la musica, come i libri o i film, è un “bene informazione”: un prodotto di cui non possiamo conoscere la qualità effettiva (e il nostro corrispondente gradimento), prima di averne usufruito.

Se compriamo una nota bibita nera e ne assaggiamo un sorso per la prima volta, definiremo se ci piace o meno e, in caso positivo, ogni volta che ne vorremo acquistare una nuova bottiglia, sapremo già a cosa andiamo incontro.

Al contrario, ogni canzone o ogni disco di un medesimo artista, è diverso dall’altro. Perciò se avete amato The Dark Side of The Moon, non è così certo che amerete anche The Division Bell.

Prima di poter dire se lo apprezzate o meno, dovete… ascoltarlo.

È si vero che (de gustibus) certi artisti, soggettivamente, diventano con il tempo un marchio di qualità per ognuno di noi, ma è corretto affermare che spesso anche i nostri idoli ci hanno deluso, sfornando qualche flop (e anzi, non è poi così raro).

Ma torniamo ai fenomeni del “furto”: oggi tutti i servizi di streaming che stanno fioccando (31 solo negli USA) sono la tecnologia che sta cannibalizzando il download a pagamento. Apple sta correndo ai ripari con Apple Music da quando Spotify and friends hanno iniziato a ridurre il numero di downloads su iTunes, ma anche qui, la battaglia fra bene e male è rispuntata fuori: secondo alcuni le royalties pagate alle case discografiche dai servizi di streaming, non sono sufficienti, e così Taylor Swift toglie i propri dischi da Spotify mentre Grooveshark chiude i battenti.

Il servizio è sempre più customizzato, ma c’è chi ritiene che 9 dollari al mese siano troppi da pagare e chi invece, dall’altra parte della barriera, ritiene che siano troppo pochi per premiare gli sforzi degli artisti (o delle case discografiche?).

Insomma, il panorama è variegato e ad uno stato piuttosto critico: in tanti stanno ancora scalando la montagna che cominciarono ad esplorare Parker e Fanning con Napster quasi vent’anni fa, quella della diffusione della musica in modo più semplice e meno costoso possibile. Una tendenza ad un modello di business sempre più funzionale sembra esistere, anche se ancora non si è riusciti a dividere la torta in fette uguali per tutti.

È proprio in questi giorni che assistiamo a grandi cambiamenti con l’arrivo di nuovi servizi come Tidal o Apple Music: avranno successo? Bene e Male troveranno un equilibrio reciproco? Chi lo sa.

Al di là di questi ragionamenti di mero business, anche un pò acerbi a dirla tutta, giorni fa riflettevo sul secondo aspetto (più allegro ed in totale controtendenza col crollo delle vendite di cui abbiamo discusso sopra) derivante dalla digitalizzazione del mondo musicale: l’effetto Lunga Coda, teorizzato da Chris Anderson una decina di anni fa. In che consiste?

Se il mercato musicale sembra un business sempre più magro, l’autoproduzione è ormai alla portata di tutti e non solo per una questione di accesso alle tecnologie, ma anche per la facilità con cui oggi ci si può distribuire e far conoscere al pubblico.

Un ruolo chiave giocò MySpace in questo senso (gli Arctic Monkeys pare abbiano beneficiato di notorietà già prima ancora di aver rilasciato i primi singoli proprio grazie a questo Social Network). Oggi i social musicali come Soundcloud stanno giocando lo stesso ruolo in termini di diffusione.

Ecco allora il concetto di long tail: in un negozio fisico lo spazio espositivo di vendita è limitato. Da buon negoziante dovrò concentrarmi sull’esposizione di quei titoli o artisti che so che venderanno. Non ricaverò mai un angoletto per una giovane sconosciuta band che di certo non mi farà vendere neanche un LP.

Sulla rete ciò non avviene. Lo spazio fisico non esiste e non c’è limitazione di catalogo perciò posso rendere disponibile, ai miei ascoltatori, di tutto.

La potenzialità della Lunga Coda ha spinto tutti quelli che sognano di fare piroette sul palco, a produrre e mettere in rete i propri dischi.

In sintesi, il mercato della musica paga la metà di quindici anni fa, eppure il numero di artisti è probabilmente raddoppiato.

Effetto positivo è dunque quello di rendere possibile a tutti di proporre la propria musica. Effetto negativo è che per trovare un ago di qualità, bisogna ora rovistare in un pagliaio di mediocrità.

Ma pensiamo a trent’anni fa. Chissà quanti ottimi artisti non abbiamo avuto la fortuna di conoscere perché i canali non erano abbastanza potenti o perché l’autoproduzione ed auto distribuzione non erano accessibili a chiunque. È per questo che ho chiesto a tre band giovani, che molto devono alla rete e al social networking:

Come sarebbe la vita delle piccole band oggi se non ci fossero stati il peer to peer, I (music) social, le piattaforme di vendita online? Voi “esistereste”?

I milanesi Deluded By Lesbians mi hanno risposto che “la democrazia di Internet è fondamentale per dare una vetrina a tutti. Le nuove tecnologie permettono di registrare qualcosa e di andare online in pochi minuti, quindi la concorrenza è aumentata esponenzialmente. Come band però siamo già nati in questo mondo digitale, per noi è la normalità. Probabilmente se fossimo nati negli anni ‘70, non saremmo mai stati in grado di affrontare i costi di registrazione di un disco, quindi dobbiamo solo ringraziare le tecnologie.”

Claudio Del Proposto degli Youarehere, abbastanza in linea con il gruppo milanese, sostiene  di far parte di“una band decisamente social, e credo che, no, non esisteremmo senza lo streaming e la rete. Gli effetti negativi sono di carattere economico: una band, un artista, non ottiene mai un guadagno congruo alle sue opere, anzi, spesso e’ costretto a distribuire i propri lavori gratuitamente per accrescere la sua visibilità.”

Un po’ controtendenza invece sono i Lad and The Others per cui “alla base di tutto c’è l’amicizia, la voglia di suonare. Cose che c’erano anche negli anni ’80. Anche senza canali in grado di amplificare il numero dei nostri followers, avremmo probabilmente deciso di mettere in piedi i “Lad and The Others”. Serate ne abbiamo fatte anche quando Youtube era a 56kbs. Gente ce n’era e a divertirci ci divertivamo. Quello che conta è il principio di voler suonare insieme perché ci si può intrattenere.”

Le risposte rispecchiano, in modo più o meno fedele, il trend descritto. Qualche ombra e qualche raggio di sole. Alla fine, aspettando di capire quale sarà l’equilibrio futuro tra Bene e Male, se mai uno ce ne sarà, si tratta di decidere se il bicchiere del cocktail musical-digitale lo volete vedere mezzo pieno o mezzo vuoto.

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