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Dischi DOC | Pubblicato il 23 gennaio 2015

The-Human-League-Dare-Front

Human League

Dare

Genere: Synth pop

Anno: 1981

Casa Discografica: Virgin

Servizio di:

Con Dare, terzo album pubblicato nel 1981 dalla Virgin, gli Human League entrano nella storia del pop. Il loro viaggio inizia alla fine degli anni ‘70, quando nel mondo della musica si verifica il miracoloso incontro del punk  con l’elettronica e la discomusic. La carica sovversiva del punk era in fase di esaurimento ma il suo messaggio era passato: ognuno può creare la sua band ed esprimersi con i mezzi che ha. Mentre i Sex Pistols si scioglievano dopo un album centinaia di band ne prendevano il testimone dando vita ad un movimento, il post punk, che ha caratterizzato uno dei periodi più fervidi di creatività, immaginazione, provocazione della storia del rock.

Tutto questo avvenne perché lo spirito del punk incrociò la sua strada con due fenomeni contemporanei (come racconta Simon Reynolds in Post Punk 1978-1984): l’avvento di strumenti elettronici a basso costo e l’esplosione della discomusic. L’elettronica a basso costo (Roland 808, Korg, drum machine) consentiva a frotte di giovani di mettersi a suonare creando suoni mai sentiti prima, guardando indietro ai Kraftwerk e in avanti ad un futuro radioso. E l’influenza della discomusic (con il suo profeta Giorgio Moroder e un brano come “I feel love” citato come ispirazione dai protagonisti dell’epoca) restituiva al rock il lato fisico e la voglia di far godere il corpo, che il progressive gli aveva tolto. Tutto questo deflagra nel post punk e nei suoi mille rivoli. Le scene erano diverse e rappresentate in molti paesi europei (in Italia una scena incredibile, dai Litfiba ai Diaframma ai Neon ai Gaznevada etc.) oltre che in USA. Il fulcro di tutto fu il Regno Unito e alcune città in particolare. Sheffield, città industriale in decadenza, offrì lo spazio per creare un suono nuovo: elettronico, sperimentale, industriale.

Da qui parte il viaggio degli Human League. Fondati nel 1977 da Martyn Ware e Ian Craig Marsh con l’aggiunta del carismatico cantante Phil Oakey (ciuffo lungo e voce profonda), pubblicano due album post punk come Reproduction (1979) e Travelogue (1980). Nonostante i positivi riscontri di critica e vendite, nella mente di Phil la band era un gruppo pop destinato al successo planetario. Le divergenze di approccio portano i due fondatori ad andarsene (dando vita agli Heaven 17) e ciò consente al nuovo leader di produrre l’album della svolta. Dare conquista la vetta delle chart UK e sfonda nel mercato americano vendendo milioni di copie grazie al traino di singoli memorabili come “Don’t You Want Me”. Il successo è planetario e non sarà più raggiunto allo stesso livello.

Dare è un caposaldo del synth pop e va ascoltato con cura. Il ritmo marziale della batteria elettronica di “The Things That Dreams Are Made of” apre l’album, gelido e incalzante. Lo segue una traccia di synth che apre la strada alla voce di Oakey, nasale e bellissima. Il testo invita a fare esperienze di viaggio, scoperte, vivere avventure. “Queste sono le cose di cui sono fatti i sogni”. Il superamento del punk è definitivo: escapismo e materialismo (“we need cash to spend”) rappresentano bene una società in ritirata. “Open Your Heart”, il singolo che aprì le porte delle chart americane, è un brano arioso: Oakey declama dallo spazio siderale, il resto è magia analogica immersa in calde onde sintetiche, melodia oscura e abbacinante.

La new wave di “The Sound Of The Crowd” intimorisce per l’intreccio tra linea di basso, eteree note di synth e inni elevati al cielo da Oakey e compagne. Brano teso e mirabile esempio di fusione di alternative e pop attitude. La band si concede una pausa con la dolente “Darkness”, in cui i tappeti di tastiere producono un’eruzione di ghiaccio e lacrime: “nell’oscurità, quando i miei sogni sono tutti troppo chiari”. Il tutto ballabile alla maniera degli eighties. Siamo davanti ad un tale livello di perfezione sonora che anche l’electro tropical di “Do Or Die” esplode in un refrain mozzafiato in cui la voce ci porta negli inferi di una coscienza che spinge con l’azione a sopravvivere (al fallimento delle utopie degli anni 70, forse). Dopo il lento stellare “I Am The Law” si stagliano due inni come “Seconds” e “Love Action”, mirabili costruzioni di tastiere, drumming e suoni spaziali. E la chiusura è affidata a “Don’t You Want Me”, un brano da storia del pop. Retto da una struttura dance impeccabile, talmente cool (e bello) che è stato preso a simbolo degli anni 80.

Dare ha 34 anni e non risente del passare del tempo. Potrebbe essere pubblicato ora ed è incredibile come abbia influenzato l’elettronica attuale: cold, dark e altre forme di wave. Dai Cold Cave ai Ladytron, da Iris a Trust, tutti devono tutto a Dare. E per tanti è ancora un perfetto paradigma musicale, estetico e sociale di quel magico periodo.

Voto: 9/10

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