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Serie tv | Pubblicato il 26 settembre 2013

Vi avevo parlato del primo episodio dell’ottava stagione di Dexter. Un articolo speranzoso che metteva in evidenza la possibilità di riscatto dopo tre stagioni abbastanza deludenti. Così non è stato e il disastro è servito. Se non avete seguito gli ultimi episodi della stagione, non andate oltre. L’articolo contiene informazioni sul finale di serie.

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Non ritornerò sulla qualità delle singole stagioni e quindi l’articolo riguarderà l’ottava stagione e il finale di serie in relazione alla globalità dello show. In questa ultima serie gli autori hanno fallito su tutti i fronti. Si salva davvero poco. Ma prima di analizzare le scelte scellerate di essi, non possiamo non sottolineare la stanchezza generale a livello di recitazione. Personaggi secondari a parte, le interpretazioni di Michael C. Hall e Jennifer Carpenter sono state nettamente inferiori: probabilmente anche loro hanno sofferto l’inutile dilatazione della stroyline.

Ma torniamo alla storia. Partiamo dai personaggi di contorno che probabilmente hanno rappresentato il punto debole della serie. Pensiamo a “caratteri” come quelli di LaGuerta, Quinn, Batista e sorella. Tolta la prima, morta nella settima stagione, sono state portate avanti storie che non aggiungevano nulla alla serie e nel peggiore dei casi portavano noia o irritazione (Quinn Sergente e innamorato, su tutti). Spesso il risultato è stato da soap opera da quattro soldi . Un discorso a parte meriterebbe  Masuka, un personaggio che portava colore e distrazione ai toni seriosi della serie. Anche il suo personaggio è calato e ci potrebbe stare. Ma era proprio necessaria la storyline che introduceva la figlia concepita con la donazione del seme? Sarebbe dovuto essere un modo per chiudere la sua storia? Se così fosse, gli sceneggiatori hanno dimostrato di avere le idee confuse.

Ma passiamo al personaggio che avrebbe potuto risollevare le sorti dell’intera storia ovvero la neuropsichiatra Evelyn Vogel. L’idea era interessante. Riportare lo show sui binari della psicologia, seguire il percorso di Dexter verso la totale umanizzazione o sulla definitiva consapevolezza dell’essere uno psicopatico e la relativa convivenza con questo stato. Se all’inizio la dottoressa, che ha ideato “il codice”, ha cercato di affermare quest’ultimo aspetto, il corso degli eventi ha portato ad un caos senza precedenti: i tentativi di dare un allievo a Dexter per l’insegnamento del codice (Zach Hamilton) e il repentino cambio di idea su tutto ciò che ha costruito intorno a Dexter quando si scopre che il serial killer. che asporta pezzi di cervello, è il figlio della stessa dottoressa ovvero Saxon. E fatemelo dire: un serial killer scialbo, senza personalità e non sostenuto da un’interpretazione convincente. Tutto molto prevedibile e stucchevole per quanto riguarda questi due personaggi. Ciò che ha reso patetico il tutto è il continuo sabotaggio di ogni strada intrapresa.

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Rimangono tre punti in sospeso, più uno implicito: il ritorno di Hannah, i personaggio di Deb e Dexter e il rapporto fra i due, considerati gli eventi della settima stagione.  La ricomparsa della McKay sembrava dover portare problemi a Dexter e la sua rinconciliazione con Deb e all’inizio così è stato. Ma poi si è ripreso il discorso dell’amore che è conseguenza di quel processo di razionalizzazione da parte di Dexter, quella che non coinvolge il Passeggero Oscuro. Se il sentimento è guidato all’inizio dalla possibilità di mettersi a nudo senza doversi nascondere, ora interviene un altro tipo di sentimento che il protagonista non aveva mai provato prima. Una purezza che lo convince a lasciare la sua copertura da persona normale e con una determinata routine, per incominciare un nuovo tipo di vita. Tanto che nel momento in cui deve affrontare le ultime questioni prima di partire per l’Argentina, lascia come pegno suo figlio Harrison. Questo aspetto tuttavia non è criticabile ed è in linea con il percorso del personaggio.

E’ criticabile invece l’accettazione di Deb verso il personaggio di Hannah. Ma facciamo due passi indietro. La prima parte della stagione è stata caratterizzata dai forti contrasti fra Deb e Dexter che sono culminati nel tentativo di Deb di annegare il fratello. Superato questo episodio, grazie anche all’intervento di Evelyn Vogel, i legami fra i due sono tornati quasi alla normalità. E questo ha portato ad una serie di incoerenze da parte del personaggio di Deb che ha razionalizzato troppo presto l’omicidio di LaGuerta ma soprattutto la natura del fratello. E il culmine di tutto questo sta nell’aver rischiato tanto, nascondendo Hannah in casa propria. A mio parere lo sviluppo della rabbia e la delusione di Deb sarebbe dovuta essere canalizzata in altro modo proprio per motivi di coerenza col suo personaggio. Invece c’è stato un suo rammollimento e tutto il lavoro fatto negli anni è stato sgonfiato. Il tutto è aggravato dal modo “stupido” con cui viene sparata Deb e arriva alla morte. Una fine ingiusta o almeno non è così che doveva finire. Il percorso doveva essere un altro. Tuttavia questo evento porterà alla decisione finale del personaggio principale.

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Per la prima volta Dexter si sente un essere umano. La sua evoluzione (o involuzione, dipende dai punti di vista) è terminata. E’ un comune mortale ed è proprio questo che lo porta a segnare il suo destino. La morte di Deb, della quale cui si sente responsabile per aver deciso di non uccidere Saxon. Non c’è più bisogno del codice di Harry (che non a caso in questo episodio non compare) e la necessità di farsi giustizia svanisce. Ma non si arresta il ciclo di morte intorno a lui. E il senso di colpa fa maturare la decisione che nessuno deve soffrire per ciò che ha fatto e per questo con la sua barca si fionda verso la tempesta per andare incontro alla sua morte. Fosse finito così, senza tener conto dell’intera ottava stagione, e affidandosi all’emotività del momento si sarebbe potuto in qualche modo accettare questo finale. Ma gli autori hanno pensato bene di ripresentarcelo in un altro contesto, con un altro lavoro e privo di contatto umano. Una sopravvivenza ingiustificata e che fa affiorare ancora una volta l’incoerenza di fondo con i minuti prima che hanno caratterizzato il finale.

La verità è che un vaso rotto, anche se ricomposto, è sempre rotto. Il progressivo sgretolamento della serie (con un impoverimento delle sceneggiature, la semplificazione della trama, la ridicolizzazione dei personaggi, l’appiattimento del racconto che ha seguito la morte di Rita) ha generato un disastro che ha rovinato il buon lavoro fatto nelle prime quattro stagioni.  Una cosa che è mancata a questo finale è la questione etica e sociale (l’uomo che uccide l’uomo per legittimare il senso di giustizia) che c’era dietro questo telefilm. E il finale pensato dall’ex produttore Clyde Philips (che non a caso è stato presenta fino alla stagione con Trinity) avrebbe probabilmente sviluppato tutti i livelli della serie. Cliccate qui e potrete capire di cosa parlo.

E’ finita. Male. Ed è curioso come Michael C. Hall sia stato protagonista del più bel finale di stagione di tutti i tempi (in attesa dell’ultimo episodio di Breaking Bad) ovvero quello di Six Feet Under e cotemporaneamente di uno dei finali più “poveri” e inconcludenti. Ed è per questo che voglio ricordarlo con uno dei momenti più alti della serie.

 

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