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Recensioni | Pubblicato il 15 marzo 2015

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Dargen D'Amico

D'IO

Genere: Cantautorato Rap, Elettronica

Anno: 2015

Casa Discografica: Universal

Servizio di:

Dargen D’Amico non ha certo bisogno di presentazioni. Eppure, per capire questo suo ultimo lavoro che segna uno degli apici della sua carriera, è necessario ricordare quelle che sono state le tappe importanti. JD, come si fa (o faceva?) chiamare, milanese con origini siciliane, inizia a mostrare la sua abilità con le parole nel 1999, a vent’anni, con il trio delle Sacre Scuole (insieme a Guè Pequeno e Jake La Furia) con il disco 3MC’S Al Cubo, primo ed unico album in studio. La grande elaborazione tecnica del flow (esempio la sua strofa in Tana 2000 dei Club Dogo) mostra subito all’underground milanese le abilità di Dargen e fa intravedere la ricerca che supera i confini del rap sfociando nel cantautorato più raffinato, simbolo di quella che sarà la sua immediatamente successiva carriera solista (gli altri due, insieme a Don Joe andranno a formare i Club Dogo).

Il primo frutto della sperimentazione è Musica Senza Musicisti del 2006 ma il capolavoro vero arriva due anni dopo con Di Vizi Di Forma Virtù, dove convivono alla perfezione le diverse tensioni del rapper milanese che viaggia tra sperimentazioni elettroniche, hip hop trasfigurato e rap portato ai suoi limiti. Altrettanto grandiosi sono i testi che mostrano la sua naturale vena cantautore parlando di infanzia, lavoro e società contemporanea sempre con uno spirito che, dietro all’ironia ai di facciata, nasconde una profondità che lo inserisce, di diritto, tra i cantautori più importanti dell’ultimo decennio. I due EP D’ Parte Prima e Seconda, poi riuniti in CD, sono il punto estremo che il rap “classico” può raggiungere prima di snaturarsi e perdere i suoi connotati. La ricerca però non si ferma e Dargen continua a sperimentare arrivando a Nostalgia Istantanea del 2012, punto di non ritorno della sperimentazione di JD, due lunghi brani scritti come flussi di coscienza nei momenti che precedono e succedono il sonno, immagini collegate in maniera finissima, infinito freestyle abbacinante, opera enciclopedica che segna il punto più alto della sua carriera e della musica italiana di tanti anni a questa parte.

Dopo il Paradiso però, come per i nostri più antichi avi, il ritorno sulla terra con un disco Vivere Aiuta a Non Morire che non lascia nulla, se non il continuo mettersi in gioco che però questa volta non premia, con pezzi più leggeri e collaborazioni non esaltanti. E poi? E poi arriviamo all’autunno del 2014, quando Dargen annuncia un nuovo disco e il box antologico che raccoglie tutto, ma tutto, quello che ha fatto in quasi venti anni. I box antologici sono pericolosi per chi è morto, figurarsi per chi è ancora vivo, eppure non potete credere Dargen così banale.
Il primo pensiero: “Dargen lascia tutto, spara l’ultima bomba e si ritira, certo non poteva farlo dopo “Vivere Aiuta a Non Morire”, vediamo allora cosa combina con D’IO“. Poi però sono uscite le prime due anticipazioni del disco, “Amo Milano” e “La Mia Generazione”  e il pensiero cominciava a cambiare. La prima è una dichiarazione di amore/odio verso la città in cui è nato e cresciuto, evidenziandone pregi e, soprattutto difetti, ma facendo sempre trasparire un sentimento di attaccamento nostalgico (la nuova “luci a San Siro”?). Con la seconda invece, che non a caso apre il disco, Dargen si denuda e mostra i dubbi e le difficoltà di una generazione che, arrivata a 35 anni si guarda indietro e, seppur in parte sconfitta (“La mia generazione non ha futuro”), continua a fare (“Ha ancora voglia di ballare”).

Se a livello musicale le coordinate non cambiano e Dargen si attesta sempre con fermezza su synth, vocoder (“la Mia Donna Dice“), lampi house daftpunkiani (la bellissima “La lobby dei semafori“, sunto anche dello stile autoriale di Dargen), suggestioni dance e old school, a livello di contenuti, che se si vuole sono la cifra più immaginifica e importante, è difficile non avvertire una certa inquietudine riflessiva veicolata nei testi. E sono proprio le ultime due tracce che più testimoniano questo ripiegamento su se stessi, quest’analisi personale e collettiva di tutto un mondo di cui Dargen si fa, consapevolmente o meno, lucidissimo commentatore e portavoce. “Modigliani“, che è anche il capolavoro del capolavoro, è un brano metafisico dove manca la batteria e a sostenere il flow di Dargen sono gli archi, le note di piano e alcune inserzioni elettroniche, tutto sospeso in un’aria inconsistente che dà ancor più risalto alle parole, donandole una forza ancor maggiore. Il testo si trasforma in poesia e Dargen, per chi ancora non lo avesse capito, entra nel novero dei cantautori che rimarranno: il diritto di abbandonare il sè (“abbiamo tutti il diritto, a una certa ora, di sentirci bene un’altra persona”), la riflessione sull’altro (“controlla i tuoi fantasmi da tutte le parti, perché per lo meno non feriscano anche altri”), il lirismo immaginifico (“la goccia quando cade in bocca fa un rumore pieno che ti disseta e però lei muore”), la critica a chi si crede di essere sopra gli altri, come le teste di Modigliani (“io pensavo che il mio ruolo fosse più importante, nella vita terrena esistono solo comparse”) e la precarietà di tutto quello che siamo (“se mi baci e mi accoltelli è tutto ok, pollice su perché siamo solo di passaggio, la morte è la vita vera è il sogno ne è un assaggio”).

La conclusiva “Essere non è da me” è la summa di questo Dargen; il testo sembra prendere vita dalla copertina del disco che ha fatto tanto discutere, e le questioni sono quelle dell’apocalisse e del fine della vita (anche qui esiste un senso metaforico, la fine di un’esperienza quasi ventennale? La resa dei conti su quello che finora è stato fatto?), la creazione e la fine (“una luna in fuga mi ha chiesto, sai cos’è il big bang? Credo, immagina tutta la razza umana confessarsi sinceramente in contemporanea”). E questo discorso leopardiano alla luna prosegue con la risposta della luna (“io sogno veramente di allattare il mondo intero”) ma è l’uomo che non capisce che c’è qualcosa oltre alla materialità (“se avere è sbagliato, essere non è da meno). E per quanto temporaneamente (speriamo) questa è l’ultima traccia che Dargen ci consegna e il miglior modo per riassumersi e congedarci.

D’IO non è un disco da mettere in macchina, non lo si può ascoltare in maniera disattenta perché ogni parola batte con prepotenza nelle orecchie e l’unico modo per capire il sottotesto che galleggia dietro le parole è necessario ascoltare, leggere e incamerare. Dargen si sforza e si mostra, noi dobbiamo sforzarsi altrettanto per comprenderlo, perché ciò di cui parla è ciò di cui la musica più profonda e vera dovrebbe parlare.
E gli ultimi due versi sono profetici, sono, nella loro semplicità, quanto di più vero si possa dire su tutta l’opera di Dargen: “e mi coricavo senza avere sradicato, i pregiudizi intorno all’uomo pregiudicato”.

Voto: 8,5/10

Tracklist:

  • 1 · La Mia Generazione
  • 2 · Amo Milano
  • 3 · LaLobby Dei Semfori
  • 4 · Las Vegas Honey Moon
  • 5 · Crassi
  • 6 · Amico Immaginario
  • 7 · La Mia Donna Dice
  • 8 · Io, Quello Che Credo
  • 9 · Parenti
  • 10 · Lunedì Chiuso
  • 11 · L'Universo Non Muore Mai
  • 12 · Modigliani
  • 13 · Essere Non è Da Me

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