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Recensioni | Pubblicato il 3 maggio 2013

dirty

Dirty Beaches

Drifters/Love Is The Devil

Genere: Lo-Fi, No Wave

Anno: 2013

Casa Discografica: Zoo Music

Servizio di:

Due anni fa era stata la volta di Badlands, allucinazione di un cupo rock’n’roll che si faceva spazio fra le cortine di fumo che aleggiano in locali malfamati e trasandati. Adesso tocca a Drifters/Love Is The Devil riportarci tra le note frustrate di Alex Zhang Hungtai, in arte Dirty Beaches. Muovendosi dalle sonorità di Badlands ed abbandonando definitivamente le ambientazioni ancora umane di brani come Sweet 17 o Lord Knows Best, l’eclettico cantautore di Taiwan intraprende una via tortuosa, intricata e senza meta dentro l’immaginazione più oscura e distaccata. Un lungo, lunghissimo viaggio (probabilmente, in parte, anche autobiografico) immerso nel buio del pensiero, questo è Drifters/Love Is The Devil.

 Dirty Beaches è una maschera dalle mille facce, è una costruzione musicale spontanea, improvvisata, variata, distorta, filtrata. Dirty Beaches non è la realtà, è una sovrapposizione di rappresentazioni che via via svelano un nuovo stile, un nuovo ambiente, nuovi colori. Il tutto avviene inevitabilmente in maniera soffocante, a tratti tragica. Se dunque all’inizio dell’album si scorgono ancora gli ultimi bagliori di Badlands con la trama più che riconoscibile di Night Walk, I Dream In Neone Casino Lisboa, progressivamente si assiste ad un suono che prima acquista un’ossessività martellante (ELLI, Aurevoir Mon Visage, Mirage Hall) e che poi si spoglia elegantemente di qualsiasi tratto concreto, per rimanere nudo, strumentale, spirituale.

 E’ così che, dopo aver intrapreso  la via di un hangover musicale senza apparenti punti di riferimento – Landscapes In The Mist, le sonorità di Drifters/Love Is The Devil si lasciano alle spalle ritmica e voce per divenire un nebuloso, sospeso intreccio di note. E’ in primo luogo Greyhound At Night a cambiare definitivamente il corso dell’album, seguita poi dalle atmosfere distaccate ed orientaleggianti di This Is Not My City, per introdurre quindi una tripletta di brani (Love Is The Devil, Alone At The Danube River, I Don’t Know How To Find My Way Back To You) che omogeneamente, come capitoli dello stesso racconto, ci trasportano verso un’involontaria pace dei sensi. Solo Woman, prima di questi, sembra interrompere il processo, rappresentando una sorta di cervellotico congegno arcaicamente tecnologico che ripete all’infinito i suoi pigolii disperati.

 Il lungo, complesso viaggio arriva al suo apice con Like The Ocean We Part e Berlin, brani ultimi in scaletta ma tutt’altro che punti conclusivi. Al massimo punti di sospensione, rappresentanti quell’insicurezza e quella fugacità del pensiero a cui tutto l’album sembra portare, passando prima per l’oscurità rabbiosa  e poi per il disorientamento spaziale. Drifters/Love Is The Devil è un album che non si conclude, che lascia volutamente, qua e là, mille punti interrogativi, che finge di abbandonarci con una falsa redenzione dall’ombra e dal caos, quando è proprio quest’ultima benedizione a seminare il dubbio in ogni singola, eterea nota.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Night Walk
  • 2 · I Dream In Neon
  • 3 · Belgrade
  • 4 · Casino Lisboa
  • 5 · ELLI
  • 6 · Aurevoir Mon Visage
  • 7 · Mirage Hall
  • 8 · Landscapes In The Mist
  • 9 · Greyhound At Night
  • 10 · This Is Not My City
  • 11 · Woman
  • 12 · Love Is The Devil
  • 13 · Alone At The Danube River
  • 14 · I Don't Know How To Find My Way Back To You
  • 15 · Like The Ocean We Part
  • 16 · Berlin

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