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Recensioni | Pubblicato il 26 maggio 2015

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Django Django

Born Under Saturn

Genere: Indietronica

Anno: 2015

Casa Discografica: Because Music

Servizio di:

Il quartetto britannico, al secondo album, si trova di fronte all’ardua sentenza: dopo un esordio tanto notevole (quanto un po’ passato in sordina), sarà l’ora della consacrazione o della smentita?

Saliamo sulla giostra: Born Under Saturn accentua, soprattutto nella prima metà, la componente electro (“First Light”) manovrata da Tommy Grace, a scapito delle chitarre del frontman Vincent Neff.

Alternando momenti analogici, già sperimentati al debutto, a segmenti più tendenti al digitale ponderoso (“Reflections”), la traiettoria del secondo LP sembra inizialmente, puntare verso nuovi lidi. L’intro di “Shot Down” pare uscita più da un disco di Gesaffelstein, mentre  “Found You”  provoca un buffo shock: improvvisamente ti ritrovi in un improbabile studio di registrazione dove i Plaid hanno deciso di organizzare una proficua collaborazione con Simon & Garfunkel. O viceversa. Ce li vedete? Abituatevi ad accostamenti impossibili quando ascoltate i Django Django.

In “Pause and repeatDavid Maclean, il batterista della band, punta su un ritmo di matrice esotica; e proprio gli schemi ritmici, in tutti e 56 i minuti del disco, per quanto più lenti rispetto al primo lavoro, restano sempre ricchissimi di dettagli. Non manca la ballata (“Beginning to Fade”), figlia di “Hands of Man” del primo album; e il Surf? Ci era piaciuta tanto quella chitarra alla Beach Boys di “Life’s a Beach”!

E Niente paura. Le ultime tre tracce tornano fedeli a quella linea (“4000 Years”, “Break The Glass”, “Life We Know”). Scendendo dalle montagne russe di questi tredici brani frenetici, non puoi far altro che sospirare “che confusione…”. Non è facile “valutare” questo disco.

Qualche cambio di veste c’è in Born Under Saturn, senza però privarsi dell’allegra maschera che li aveva contraddistinti nel 2012: il secondo LP è un’altra fortunata iniezione di buonumore ed è una naturale prosecuzione del primo. C’è un buon equilibrio: i Django Django sembrano aver capito, intelligentemente, che c’è ancora tanto da attingere dal proprio cilindro magico e il secondo lavoro discografico non segna ancora i tempi per rivoluzionare in modo totale un modello che piace.

L’unica, inevitabile, sofferenza, è la perdita di concentrazione che si comincia a patire verso metà disco, quando affiora una piccola sensazione d’incompiutezza. Non c’è un vero e proprio picco, nessun brano degno di enfasi in particolare e sul finale ci si ferma proprio quando l’autoemulazione di “Break the Glass” rischiava di rovinare tutto.

Insomma: consacrazione o smentita? Mettiamo da parte le solennità che proprio non si addicono a questi quattro simpatici ragazzi inglesi. Born Under Saturn è una sana Conferma.

Tracklist:

  • 1 · Giant
  • 2 · Shake and Tremble
  • 3 · Found You
  • 4 · First Light
  • 5 · Pause Repeat
  • 6 · Reflections
  • 7 · Vibrations
  • 8 · Shot Down
  • 9 · High Moon
  • 10 · Beginning to Fade
  • 11 · 4000 Years
  • 12 · Breaking the Glass
  • 13 · Life We Know

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