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Cinema | Pubblicato il 11 settembre 2015

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Il sottofilone dell’A.I. – intelligenza artificiale- della cultura filmica fantascientifica odierna affonda sempre di più le sue radici nel tessuto sociale, che usufruisce di tali contenuti con meno stupore e crescente fiato sul collo. Complice uno sviluppo tecnologico sorprendente, il genere fantascientifico è proiettato con sempre più slancio verso un futuro spartito tra uomo e macchina; i motivi del conseguente successo sono da ricercare sia nello stimolo che proviamo a trovarci minacciati da una nostra creazione (tema freudiano ancor prima che cinematografico), sia nella capacità che ha il suddetto genere di divagare verso orizzonti sterminati trattenendo il profumo di contemporaneità, attualità, fattualità.

Ex Machina di Alex Garland si innesta in questo tessuto psicologico sociale in un periodo in cui le speculazioni apocalittiche affiancano ragionamenti profondi sull’identità tecnologica, godendo quindi di un ampio margine di possibilità verso l’una o l’altra scelta. La decisione di rimanere a metà strada è forse il colpo vincente (imprenditorialmente parlando) di un film che rimane interessante anche sul piano riflessivo – filosofico, ma che in ultima istanza sceglie lo spettacolo come fattore dominante.

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Il confronto con altre opere è debito, in quanto forte è la relazione che intercorre tra queste, sullo sfondo di una psicosi collettiva data dal difficile uso delle nuove tecnologie, dei social media e dei nuovi paradigmi di interfaccia bio-meccanica. Impossibile quindi non citare Black Mirror, la serie tv ideata da Charlie Brooker che affronta con profondità pregevole diversi aspetti di questo rapporto, talvolta perverso. In particolare a dialogare con Ex Machina è il primo episodio della seconda stagione, “Torna da me”, nel quale l’intelligenza artificiale soppianta la scomparsa del compagno di una lei, perfezionando la natura umana quindi deviando il rapporto.

In Ex Machina un ricco ricercatore seleziona un giovane programmatore per eseguire, nella sua residenza milionaria in un’isola deserta, il famoso test di Touring, nel quale un uomo viene fatto dialogare (in conversazione scritta, non visiva) con un computer. Se l’uomo riesce a capire che sta dialogando con una macchina, il test non è superato. Nel film però il test è concettualmente scavalcato, e il ragazzo viene fatto interagire con la macchina (di nome AVA) che ha fattezze, movenze, comportamenti umani, ma anima scritta in algoritmi.

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La trama soffre senza dubbio di poco approfondimento psicologico, nei primi cinque minuti la scena è già completamente messa in opera, i due personaggi principali non hanno storia, e la loro conoscenza è dominata da variabili caratteriali inspiegate, velleitarie. È il guscio vuoto del film, che resta leggermente indigesto, superficiale, ma che al contempo dà valore al personaggio robotico, creando un disequilibrio empatico dello spettatore verso il simbolo umano e il simbolo meccanico, dove l’equilibrio è decisamente spostato verso quest’ultimo. La tematica generale (l’A.I.) è affrontata in sceneggiatura attraverso dialoghi carichi di personalismi (“io sono Dio”) e creazione del contesto altrettanto individuo-centrica, dando per scontato che un solo uomo in uno studio di ricerca, per quanto avanzato che sia, possa far fare il grande passo all’umanità. L’idolatria legata al nome dei grandi personaggi, dovuta al processo di generalizzazione nello studio della storia, si concretizza dunque nel film, che tralascia di conseguenza ogni accenno al metodo scientifico, agli sviluppi della ricerca, agli step evolutivi raggiunti dal progetto, chiamando in causa addirittura Jackson Pollock, in quello che è un passo del film sicuramente affascinante ma vuoto di significato. Sul finale si sciolgono i nodi filosofici, la vera struttura del film emerge finalmente indisturbata, e le domande esistenziali cessano di esistere a favore di un cambio di registro: thriller. Nello svelarsi del rompicapo si può capire come si risolva il gap logico, semplificando ad un ”test del topo nel labirinto” ogni ambiguità; mossa che sortisce un certo effetto, appagando sul livello narrativo uno spettatore in bilico, e inserendosi appunto in quelle dinamiche proprie del genere thriller. Anche se il confronto può apparire ingiustificato (diversi tempi, diversi modi) AVA è sicuramente debitrice a quell’HAL 9000 di 2001 Odissea nello spazio che riuscì a muoversi nella filosofia pura, ponendo quel punto di domanda che Ex Machina non è però riuscito a ricalcare.

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