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Dischi DOC | Pubblicato il 22 gennaio 2015

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AA.VV.

Factory Records Communications 1978/1992

Anno: 2009

Casa Discografica: Warner Music

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Il box set della Factory (2008) è uno splendido necrologio a colori che esplora il meglio del catalogo dell’etichetta mancuniana dal 1978 al 1992. I nomi che stanno dietro questa parentesi creativa di fondamentale importanza per l’industria discografica degli anni ’80, e non solo, sono principalmente Alan Erasmus e Tony Wilson. Quest’ultimo, in particolare, ha ricoperto un ruolo importantissimo già come presentatore di Granata Television, ospitando, per esempio, i Sex Pistols nel 1976. Ben presto divenne il produttore discografico dei Joy Division/New Order e degli Happy Mondays e fu tra i fondatori del club Haçienda, simbolo di una Manchester che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 scopriva la techno e gettava le sue disperazioni nell’alcol e nelle droghe. L’etichetta, come il club, dovettero chiudere per fallimento perché dietro di essi non c’era un piano preciso ma solo tanta passione e voglia di dare una vetrina alla creatività esplosiva della città britannica e non solo. Nel catalogo della Factory infatti si trovano anche gruppi del resto dell’isola britannica e persino qualche band del continente. A far quadrare il cerchio c’erano il produttore Martin Hannet e il grafico Peter Saville.

Questa introduzione è più che doverosa per avere un’idea dell’importanza che la Factory ha ricoperto durante la sua attività e per rendersi conto di quanta Manchester ci sia nelle note e nelle vibrazioni di ogni singolo brano di questo box set. Ovviamente è impossibile riservare a ciascun gruppo lo spazio e il tempo che merita ma addentrarsi nei meandri del catalogo della label inglese è un viaggio unico che non può lasciare certamente indifferenti di fronte al suo gusto variegato e alla forza innovativa che risiede nelle sue produzioni.

Per molti la Factory coincideva in tutto e per tutto coi Joy Division, è un’affermazione piuttosto affrettata se si pensa alla forte carica innovatrice che gruppi come Dorutti Column, Cabaret Voltaire o Happy Mondays hanno dato durante le loro carriere. Ciò non toglie che brani come Digital, She’s Lost Control, Transmission, Love Will Tear Us Apart occupino gran parte della tracklist del primo disco del box set. La band di Ian Curtis ha impresso per sempre i rumori della Manchester post-industriale nel disco d’esordio (Unknown Pleasures, 1979) e il disagio del suo frontman nel suo secondo e ultimo album (Closer, 1980). Gran merito del sound dei Joy Division va a Martin Hannet, i cui metodi poco ortodossi – come tenere la temperatura dello studio molto bassa o far registrare al batterista Stephen Morris ogni singolo colpo di batteria isolato per dare più meccanicità ai pezzi – hanno reso la esile discografia del gruppo una pietra miliare nella storia della musica.

Nel primo disco è possibile anche assaporare tutta la carica espressiva dei Cabaret Voltaire (Baader Meinhof) e il loro concetto di Arte che va oltre schemi pre-impostati, prediligendo dissonanze, rumori, voci contraffatte e registrazioni radiofoniche. Gli A Certain Ratio col loro post-punk intriso di elementi funky e dance sono presenti con la psichedelica All Night Party, l’ipnotica Shack Up e l’esotica Flight mentre i Durutti Column con la dolce e decadente Sketch For Summer. Arriva poi la new-wave degli Orchestral Manoeuvres in the Dark (OMD) con la versione originale di Electricity (con uno splendido colpo di rullante fuori tempo al minuto 2:22), la furia pop/retro dei Distractions con Time Goes By So Slow. La varietà del catalogo Factory viene alimentata dagli X-O-Dus e il loro dub (English Black Boys), dal punk dei Section 25 (Girls Don’ Count) e la psichedelia dei Crawling Chaos (Sex Machine e Dirty Disco che chiude la scaletta del primo disco e lascia intravedere l’arrivo della dance in casa Factory). Ci sono anche gruppi meno conosciuti come i The Names (Night Shift), una band post-punk belga, gli olandesi Minny Pops (Dolphin Spurt), la sana follia di John Dowie (It’s Hard To Be An Egg) e la new-wave più spinta come quella dei Crispy Ambulance (Deaf).

A sancire il passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80, dal post-punk alla dance c’è quel capolavoro che risponde al nome di Ceremony, ultimo brano scritto dai Joy Division prima del suicidio di Ian Curtis (23 anni) e della sconvolgente reazione della comunità musicale legata alla Factory a questo accadimento. A parte qualche bootleg in cui si può sentire ancora Curtis alla voce, la versione originale registrata in studio è ad opera dei restanti tre membri dei Joy Division che (mantenendo vivo il patto di cambiare nome non appena qualche componente del gruppo per qualsiasi ragione avrebbe abbandonato la band) sono andati avanti sotto il moniker New Order. E’ l’ultimo respiro di quella che è stata sicuramente la band più emblematica della Factory, ma come già ricordato il catalogo dell’etichetta britannica è troppo intriso di qualità per limitarsi ad un solo gruppo ed ecco allora altri tre dischi a dimostrare proprio questo.

Accanto ai gruppi già apparsi nel corso del primo episodio del box set, nel secondo quarto del meglio del catalogo Factory fanno la loro apparizione i Tunnel Vision di Blackpool (con all’attivo solo due anni di carriera, ’80-’82, un singolo, Whatching The Hydroplanes appunto, e diciassette live), la world music di stampo new-wave dei The Royal Family And The Poor (Art On 45), gli Swamp Children (attuali Kalima con il loro brano acid-jazz Taste What’s Rhythm). Ci sono poi i 52nd Street col loro funky (Cool Is Ace), la dance dei Quando Quango (Love Tempo) e i The Wake, una band post-punk di Glasgow che chiudono la tracklist con la loro agrodolce Talk About The Past. Ritornano i Durutti Column con l’oscura Messidor, gli A Certain Ratio con la sperimentazione di Knife Slits Water, i Cabaret Voltaire con la loro Yashar rivisitata da John Robie e, ovviamente, i New Order. Reinventarsi non è mai semplice, se poi quest’azione è dovuta, necessaria per la sopravvivenza diventa complicato ridefinire le distanze e fare i conti con le assenze. I New Order sono uno splendido esempio di come si può ripartire, Blue Monday e Temptation sono solo due esempi della geniale creatività messa in pratica dai rimanenti tre Joy Division che hanno deciso di mettere in soffitta il passato e guardarsi intorno, carpire le nuove tendenze e rimettersi in gioco. Reinventarsi appunto. Nel terzo disco fanno la loro apparizione gli Happy Mondays col loro manifesto 24 Hour Party People (non a caso titolo di un film sulla scena musica di Manchester di quegli anni). Oltre ai nomi già familiari presenti negli scorsi dischi (New Order, The Durutti Column, James e via dicendo) è possibilie ascoltare l’ibrido dance/pop di Marcel King con la sua Reach For Love, la commistione tribale/elettronica di All At Once degli Stockholm Monsters, il pop raffinato di Tell Me (dei Life).

La percezione qui è che la fine si sta avvicinando, la mancanza di una struttura ben definita e gli eccessi della bella vita mancuniana non fanno altro che sgretolare i buoni propositi dei ragazzi della Factory. Rimangono certamente dei brani superlativi come Freaky Dancin’ (Happy Mondays, non a caso il gruppo più presente nel quarto ed ultimo disco del box set) o Fine Time (degli immancabili New Order). Rimane l’attenzione verso la necessità espressiva dei gruppi che firmavano per l’etichetta e la qualità delle produzioni

 L’epopea Factory dal 1978 al 1992 è una delle avventure più originali e interessanti nella storia della musica. Non si tratta solo di un’etichetta, qui si parla di un fervore artistico che ha trovato una propria identità e la rivendica attraverso la sperimentazione e la determinazione di una città che diventa per qualche anno il centro del mondo. Un punto d’incontro di generi musicali, di personalità eccentriche, di ispirazioni ed eccessi che ha reso memorabile la sua breve e straordinaria parentesi.

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