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Recensioni | Pubblicato il 25 ottobre 2013

wilson_fanfare

Jonathan Wilson

Fanfare

Genere: Indie-Folk, Alternative-rock

Anno: 2013

Casa Discografica: Bella Union

Servizio di:

Dopo l’album d’esordio Frankie Ray (2007), eccessivamente sottovalutato, e l’ altro buon episodio Gentle spirit (2011),  J.Wilson si presenta alle porte dell’ Autunno 2013 con il nuovo album Fanfare, titolo che, per forza di cose, immediatamente riporta alla mente motivi festosi e cerimoniali. La fanfara, infatti, ha assunto nel corso degli anni significati sempre più corali finendo per esser associata (erroneamente) a sterili marcette d’alto rango. Wilson qui ne stravolge il significato, realizzando un album che di scontato ha ben poco e che ha tutti i requisiti per esser annoverato tra le migliori pubblicazioni di questo (buio) 2013.

Fanfare” è senz’alcun dubbio il progetto più ambizioso del cantautore statunitense poiché vive di anime plurime e ben distinte tra loro. Si respira un clima giocoso e allo stesso tempo volto all’introspezione, rendendo emotivamente variegata l’esperienza proposta.

Con appena accennate risa attacca la title-track  “Fanfare”, la quale è caratterizzata da un’iniziale sessione ritmica che fa pensare ad un cerimoniale e che si stempera nell’ ultima parte del brano con sfumature blues. Anche “Dear friends” vive questa dualità: un ritornello che pare una ninnananna e un’anima rock che s’accende senza preavviso e che sfocia nella psichedelia. Ancora un cambio di registro in “Her hair is growing long”, che rimanda ad alcuni stilemi rintracciabili nelle corde dei Simply Red.

Rock senza via traverse è quello che anima “Love to love”, facilmente catalogabile tra i brani con venature southern-rock che hanno reso magnetici band come The Black Crowes o mostri sacri come gli Eagles. “Mose Pain” è la prova migliore della duttilità di quest’album e porta addosso i segni di quella cerchia d’artisti della west-coast che ha saputo crearsi tratti distintivi ed inequivocabilmente riconoscibili, esaltati soprattutto nell’ampio respiro del finale. I brani fin qui analizzati basterebbero da soli a far comprendere la grandezza del progetto ma Wilson non s’accontenta e c’è ancora tempo per una Neil-YoungianaIllumination”, dove domina un’imperiosa carica elettrica seppur contenuta e mai fuori dagli schemi. Spazio anche per altri cambi di registri stilistici con la più pop “Fazon”, i fiati alla Jethro Tull di “New Mexico”, l’intimista “Lovestrong” che prepara il terreno alla struggente “All the way down”, un rassegnato congedo.

Le 13 tracce che compongono Fanfare s’alternano con gran naturalezza, senza forzature e con ragionata mistione. Ogni brano ha una sua dimensione, che riesce a sua volta ad influenzarne la seguente divenendo parte di un’unica esperienza: la creazione (è forse un caso la citazione della copertina dell’album?)

Sbaglia poco o forse nulla lo statunitense, regalando un’opera dall’indubbia qualità artistica che ha l’ambizione di scandagliare diversi fondali sonori senza perdere la propria identità. Nonostante tutto servono a ben poco le parole in questi casi, quindi, cuffie alla mano e preparatevi a visitare la California come non l’avreste nemmeno mai immaginata.

Voto: 8,5/10

Tracklist:

  • 1 · Fanfare
  • 2 · Dear Friend
  • 3 · Her hair is growing long
  • 4 · Love to love
  • 5 · Future vision
  • 6 · Moses pain
  • 7 · Cecil Taylor
  • 8 · Illumination
  • 9 · Desert Trip
  • 10 · Fazon
  • 11 · New Mexico
  • 12 · Lovestrong
  • 13 · All the way down

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