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Cinema | Pubblicato il 20 gennaio 2015

In occasione dei festeggiamenti per il compleanno del nostro sito, inauguriamo un nuovo piccolo spazio dedicato, come da titolo, alla riscoperta (o scoperta per chi ne fosse ignaro) di pellicole del passato più o meno recente che per un motivo o per l’altro, sia esso poca pubblicità, carente distribuzione o messa in onda, siano state immeritatamente ignorate a suo tempo, dimenticate col passare degli anni o anche solo sottovalutate.
Il film che intendo proporre in questa occasione è One Hour Photo (2002), scritto e diretto da Mark Romanek.

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Reduce ormai da una quasi trentennale carriera di creatore di video musicali e spot televisivi di grande successo, il regista e sceneggiatore statunitense non ha tuttavia mai nascosto la sua smisurata passione per il cinema, e in particolare la sua venerazione sin dai tempi dell’infanzia (proprio una visione di 2001:Odissea nello spazio in giovane età lo spinse a voler intraprendere la carriera di regista) per Stanley Kubrick.
Dopo le prime esperienze in veste di assistente di Brian De Palma, esordì alla regia appena 26enne nel 1985 con Static, per poi tornare dietro la macchina da presa (quella cinematografica) solamente 17 anni dopo, col film in questione.
L’ultimo suo film in ordine di tempo è Non lasciarmi (2010) con l’ottimo trio Keira Knightley, Carey Mulligan e Andrew Garfield, un dramma fantascientifico distopico anch’esso poco considerato ma assolutamente da recuperare.

Nonostante le mai ufficializzate ma da più parti paventate ingerenze delle case di produzione legate a questo One Hour Photo, in merito a durata, dialoghi e non solo, si tratta di un progetto molto personale a partire dal soggetto, ideato dallo stesso Romanek: Seymour “Sy” Parrish è un introverso e solitario tecnico del reparto sviluppo fotografico di un centro commerciale. Vive in un mondo tutto suo, la sua vita è il suo lavoro, e trascorre avvolta nella ripetitività della routine quotidiana; non sembra avere famiglia nè affetti, l’unica forma di interazione sociale ed umana risiede nel rapporto coi suoi clienti, che serve con maniacale dedizione e puntualità.
Un legame particolare però si instaura con la giovane madre Nina (Connie Nielsen) e la sua famiglia, rappresentata dal figlioletto Jake (Dylan Smith) e dal marito Will (Michael Vartan), che fedelmente si reca da lui con grande regolarità per sviluppare tutte le proprie foto di famiglia; Sy, che con loro è sempre estremamente gentile e premuroso, ha dunque accesso a quello che col passare del tempo diventa una sorta di album familiare che custodisce gelosamente in segreto, come se ne facesse, o meglio ne volesse fare parte. Questo interesse diventa però ben presto un’ossessione che lo porterà ad esporsi in prima persona e a dover fare i conti con se stesso ed il mondo esterno.

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E’ quantomai opportuno non rivelare troppo della trama, giacchè l’evoluzione narrativa, oltre che psicologica, è costantemente imprevedibile e costituisce uno dei maggiori punti di forza del film, specialmente dal suo lato più thriller.
I colpi di scena dunque non mancano e i numerosi risvolti della storia sono tutti da scoprire, ma quello che colpisce di più sin dall’inizio, nonchè quello che come sempre rimane di più di un film, anche a distanza di lungo tempo, è l’atmosfera che lo pervade, tanto visivamente fredda e asettica quanto psicologicamente, quasi inconsciamente, inquieta e opprimente.

Il tutto funge da perfetta cornice al magnifico personaggio di Sy Parrish, impersonato dall’indimenticato e indimenticabile Robin Williams (e anche a lui, quale doveroso omaggio a pochi mesi dalla tragica scomparsa, è dedicato questo approfondimento) che qui sfodera un saggio di introspezione e sottorecitazione degno delle sue spesso sottovalutate doti drammatiche: è un’interpretazione sommessa, totalmente interiorizzata, implosa, specchio perfetto dell’inquietante freddezza e apparente inespressività esteriore del protagonista, un uomo dalla personalità complessa, ambigua, imprevedibile per cui cerchiamo continuamente, essendone affascinati ma anche spaventati, una chiave di lettura che permetta di esplorarne gli inaccessibili meandri.
E’ dunque ben difficile provare nei suoi confronti un senso di immedesimazione, anche quando pian piano veniamo a intuire le motivazioni che lo spingono a compiere determinate azioni, anche estreme.

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Ma oltre al personaggio centrale è tutta la storia ad essere splendidamente scritta da Romanek, che dispiega i fatti e semina indizi narrativi e psicologici centellinandoli, stimolando sia l’interesse e il coinvolgimento dello spettatore nella vicenda sia la curiosità e il mistero sulla reale personalità del protagonista, che pare sfuggirci di mano non appena crediamo di averla finalmente compresa.

Non è però solo la scrittura ad essere intelligente e consapevole: l’intera messa in scena è di grande impatto e mirabile funzionalità espressiva grazie alla cura dei dettagli, da una regia chirurgica e citazionista (taglio delle inquadrature kubrickiano, con linee prospettiche esasperate che fanno sembrare i corridoi del grande magazzino quelli del celebre Overlook Hotel, e scene hitchcockiane nella costruzione della tensione e nella ricerca del virtuosismo mirato), a una fotografia gelida, agghiacciante, straniante (anche questa di suggestione kubrickiana, in alcune scene sembra di essere in Arancia Meccanica (1971) o in Shining (1980)) curata da Jeff Cronenweth unita alle scenografie geometriche e impersonali di Tom Foden, ad un montaggio (opera di Jeffrey Ford) che variando notevolmente ritmo e successione delle inquadrature dona al film un respiro molto più ampio di quello tipico di un semplice thriller: si passa da scene statiche che enfatizzano la dimensione drammatica e psicologica a momenti decisamente concitati, ansiogeni, tipici del thriller psicologico se non addirittura, nelle parti più violente e visionarie, dell’horror (e Shining, anche in questo caso, docet).

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La splendida colonna sonora rarefatta e inquietante di Reinhold Heil e Johnny Klimek agisce sottilmente, sempre sottotraccia, insinuandosi nelle pieghe del film e dell’interiorità del protagonista, e donando loro ulteriore fascino, profondità e tensione psicologica.

Tanto altro ci sarebbe da dire e da analizzare di questo film, anche per quanto riguarda gli spunti di riflessione sociale sulla precarietà dei rapporti umani, nel nucleo familiare come nei confronti di estranei in cui talvolta si tende a riporre fiducia basandosi sulle sole apparenze, che però spesso possono mentire o comunque nascondere la reale identità di una persona. Si potrebbero avanzare interpretazioni sul controverso finale (peraltro originariamente pensato dal regista come scena iniziale) e più in generale sulla complessa e stratificata personalità del protagonista, ma dato che questa rubrica intende primariamente invitare alla riscoperta di questi piccoli-grandi film, presentandoli e contestualizzandoli più che analizzandoli nei minimi dettagli, è opportuno lasciare allo spettatore il gusto di avventurarsi nella sua storia e nelle sue suggestioni senza troppe sovrastrutture, cogliendone via via le emozioni e le riflessioni che gli possa suscitare.

Non ci sono dubbi comunque sul fatto che questa pellicola, pur rimaneggiata dalla produzione e non perfettamente conforme alle intenzioni dell’autore (peccato, sarebbe veramente potuto essere un capolavoro), mantenga intatto tutto il suo fascino (anche morboso e disturbante), la sua dirompente potenza visiva e psicologica, che lascia un segno nella memoria, unitamente all’interpretazione di un Robin Williams, tuttora a torto ricordato quasi esclusivamente per altri ruoli, forse mai più così intenso ed incisivo.

 

Le foto di famiglia ritraggono volti sorridenti, nascite, matrimoni, vacanze, feste di compleanno dei bambini: si scattano fotografie nei momenti felici della propria vita. Chiunque sfogliasse  un album fotografico ne concluderebbe che abbiamo vissuto un’ esistenza felice e serena, senza tragedie. Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare.”

Seymour “Sy” Parrish

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