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Cinema e dintorni | Pubblicato il 19 dicembre 2013

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Negli ultimi tempi ho ricevuto discrete delusioni dai film di Allen. Un po’ perché non è mai stato uno tra i miei cineasti preferiti, un po’ perché ho visto prima capolavori come “Io e Annie”, “Zelig” e “Hannah e le sue sorelle” quindi qualsiasi confronto con il cinema successivo doveva risultare impari. Come un bambino, mi aspetto tanto da questo (auto)ironico intellettuale newyorchese e, negli ultimi anni (appena rari slanci in “Vicky, Cristina, Barcellona”, “Basta che funzioni” e “Matchpoint”) mi sembrava quasi che non fosse un’esigenza comunicativa, ma più una forza di inerzia quella che lo spingeva a registrare (roba come “To Rome with love” ne è, secondo me, un esempio lampante). Ma più che i film sopracitati, ce n’è uno, degli ultimi anni che mi coinvolge ogni volta che lo guardo, che mi spinge a cercare di arraffare più significati possibili, ed è il film del 2005, “Match Point”. Lì ci fu una bella sterzata. Lasciando in secondo piano la dilagante sceneggiatura, l’attenzione si spostava su corde più intime e l’attività filmica diveniva una sorta di seduta psicoanalitica, uno scavo nell’interiorità dell’individuo, nelle forze che lo spingono ad agire in questo e quest’altro modo. Il legame con quest’ultimo “Blue Jasmine” è allora, a mio parere, abbastanza evidente. È vero, mentre “Match Point” era chiaramente un thriller psicologico per trama e struttura, questo “Blue Jasmine” non può essere pienamente considerato tale, anche se i punti di contatto non mancano affatto. Ciò che fuoriesce da quest’ultimo lavoro è un thriller un po’ particolare: non ci sono morti (a parte il marito di Jasmine), non ci sono storie losche (il motivo della morte del suddetto marito che, comunque, non rappresenta una chiave nevralgica del film), ma c’è una sorta di nuova coniugazione di genere; un thriller illuminato dalla valutazione dell’inarrestabile ascesa sociale, dallo scontro insolubile tra amore e interesse.

“Blue Jasmine” narra di una protagonista (una fantastica Cate Blanchett) che da donna elegante e super-ricca di New York, vittima di Louis Vuitton e gioielli di perla, sprofonda in una povertà che tenta di celare, tanto che deve abbandonare la città e trasferirsi dalla bistrattata sorella a San Francisco. Suo marito (calzante la scelta di Alec Baldwin) ha vissuto per una vita coi soldi degli altri, lavorando nella finanza e permettendosi di soddisfare ogni più assurdo desiderio della moglie. Ma Jasmine, distrutta dai suoi continui tradimenti, decide di denunciare il marito all’FBI. Da lì l’arresto e il consecutivo suicidio in prigione (finissimo il modo di raccontare la storia: non si capisce fino all’ultimo il motivo di questa morte; con continui flashback la storia della vita passata di Jasmine si compone, pezzo pezzo, come un puzzle). La nuova vita di Jasmine con la sorella corre su binari improbabili come un corso di computer e il lavoro come segretaria in uno studio dentistico fino al nuovo amore con un ricco ambasciatore ma, fondando la storia sull’inganno e sul desiderio di potersi sistemare nuovamente, l’esito sarà deludente.

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Jasmine è continuamente nervosa, vive al confine con una nevrosi che proviene dal suo nuovo stato sociale. Allen costruisce intorno a questo personaggio una sorta di barriera su cui si riflettono gli istinti e i pensieri più materialisti possibili. Entrando in sala non si sa bene cosa aspettarsi, un film su cui ridere o su cui piangere? Beh, ascoltando le prime battute viene da ridere, poi però, seguendo il filo logico del film, viene quasi da ripensarci a quelle risate iniziali. Questa barriera che viene costruita intorno alla meravigliosa attrice australiana è una barriera che coinvolge chiunque; chiunque metta da parte le questioni più importanti e, nello sforzo di non sforzarsi, si butta nelle questioni più effimere ed inutili, come possono essere pettegolezzi, shopping selvaggio, aperitivi a Park Avenue e via dicendo.

Il più grande difetto di Jasmine lo si avverte nel suo rapporto con la sorella: lei deriva il valore delle cose e dei rapporti nel modo in cui questi sono percepiti da lei e lei soltanto ed è, nello stesso momento, cieca a ciò che accade fuori di lei. Il motivo per cui questo personaggio colpisce è per la rovina che inevitabilmente si porta dietro e, ancor di più, perché questa rovina la costruisce con le sue stesse mani. Quasi un film politico questo, comunque basato su un’etica ben precisa e profonda. Cosa succede quando distogliamo lo sguardo dalla realtà e ciò che non vogliamo vedere è proprio la realtà?

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