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Recensioni | Pubblicato il 22 aprile 2013

Thee Oh Sees - Floating Coffin

Thee Oh Sees

Floating Coffin

Genere: Psych-Garage

Anno: 2013

Casa Discografica: Castle Face Records

Servizio di:

John Dwyer non vuole proprio prendersi una pausa. Il vulcanico leader dei californiani Thee Oh Sees, non pago della mole di album, EP e raccolte prodotta negli anni passati – per non parlare dell’attività live, a dir poco intensa -, dà alle stampe quest’ultima fatica intitolata ‘Floating Coffin’ per l’etichetta di famiglia Castle Face, dopo il lungo sodalizio con la In The Red Records. Un disco, questo, che lo stesso Dwyer annunciò sarebbe stato più oscuro dei precedenti, ulteriore conferma di come la particolare miscela di garage, psichedelia e schegge punk che caratterizza la produzione del gruppo (nonché quella di colleghi affini come il prolifico Ty Segall) non abbia ancora mostrato i suoi limiti e possa perciò regalare nuovi spunti.

Lo standard, manco a dirlo, è alto e dà seguito alle ottime prove precedenti che rispondono al nome di ‘Carrion Crawler / The Dream’ (2011) e ‘Putrifiers II’ (2012), e lo stesso si può affermare per la copertina, fedele al consueto immaginario a metà strada tra il grottesco e l’inquietante. La partenza al fulmicotone del brano di apertura “I Come From the Mountain” è da considerarsi una vera e propria dichiarazione d’intenti, un bignamino della tradizione garage sixties contaminato con riverberi psych e un’urgenza tipicamente (proto-)punk. Dwyer tiene botta al frenetico rifferama del brano sfoderando una prestazione vocale carica, supportato dall’ugola puntuale di Brigid Dawson. I due cambiano registro e nei tre minuti e mezzo della successiva “Toe Cutter – Thumb Buster” sfoderano un falsetto spettrale, perfetto contraltare alla cavalcata strumentale dai contorni quasi stoner.

Questi due pezzi, ma in particolar modo il secondo, rappresentano perfettamente l’anima del disco, contraddistinto da un continuo alternarsi di furenti passaggi rock con buona dose di rumor bianco (la title-track, “Tunnel Time”) e altri gravidi di influenze kraut (si prenda ad esempio la tensione motorik di una “No Spell” o il groove con basso funky di “Maze Fancier”). Non mancano tuttavia episodi più orientati su coordinate spaziali come “Night Crawler”, versione ancora più ruvida e allucinata di certe rutilanti marce alla Iceage – curioso che il timbro di Dwyer in questo brano somigli molto a quello di Rønnenfelt, tra l’altro –, o la sorella “Sweet Helicopter”, attraversata da un tappeto di chitarre e tastiere in sostegno del duo Dwyer-Dawson di nuovo sugli scudi.

A chiudere la rassegna “Strawberries 1+2”, brano più lungo del lotto dalla forte impronta psichedelica, e la conclusiva “Minotaur”, primo singolo e paradossalmente il brano che più si allontana dal resto: intelaiatura pop, voci suadenti e archi ‘60s a fare da contrappunto. Dalle fiammate iniziali al candore vintage del finale: altra dimostrazione che Dwyer e soci non hanno la minima intenzione di somigliare a loro stessi, anzi. Chissà quali altre soprese saranno in grado di riservarci in futuro, nell’attesa c’è un disco – forse il loro più riuscito – da ascoltare a ripetizione.

Voto: 7,5/10

Tracklist:

  • 1 · I Come From the Mountain
  • 2 · Toe Cutter – Thumb Buster
  • 3 · Floating Coffin
  • 4 · No Spell
  • 5 · Strawberries 1 + 2
  • 6 · Maze Fancier
  • 7 · Night Crawler
  • 8 · Sweet Helicopter
  • 9 · Tunnel Time
  • 10 · Minotaur

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