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Cinema | Pubblicato il 9 dicembre 2014

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Jon è un giovane impiegato che lavora in un non ben definito ufficio di un’altrettanto non ben definita cittadina inglese. In effetti pure il carattere del protagonista non è ben definito: è uno di quei giovani che sognano di comporre ma non ne sono capaci (divertentissima la scena d’apertura in cui lo osserviamo canticchiare ciò che vede per strada, alla ricerca di un’ispirazione che non arriva), non sembra tenere particolarmente al suo lavoro, e ama condividere le sciocchezze che scandiscono la sua giornata su Twitter: rincorre pigramente un sogno senza un volto. Di fatto, quando assiste al tentato suicidio del tastierista degli Soronprfbs, una band appena arrivata in città, non ci pensa due volte a proporsi come sostituto e ad accettare di suonare con loro la sera stessa in un pub locale. È qui che conosce Frank, frontman del gruppo, geniale mente creativa nonché inquietante foriero di strani riti sciamanici. La cosa che cattura l’attenzione, però, è il testone di cartapesta che si porta sempre dietro e da cui non può separarsi per una condizione medica (‘ho il certificato’ dice spesso alle autorità quando tentano di stabilire la sua identità). Frank invita Jon a bordo come membro permanente e la band salpa alla volta dell’Irlanda. Quel che Jon non sa è che il gruppo si barricherà un anno intero in una cascina per registrare il loro album di debutto…

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Frank è l’ultima creatura di Lenny Abrahamson, regista di punta della scena irlandese, che probabilmente con quest’ultima pellicola ha fatto jackpot: presentato al Sundance quest’anno, il film, che vanta la partecipazione di star del calibro di Micheal Fassbender e Maggie Gyllenhaal, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti da parte della critica. La figura del musicista mascherato è ispirata al personaggio di Frank Sidebottom, comico e musicista inglese noto per la sua maschera stravagante, ripresa pari pari dal regista irlandese. Le somiglianze comunque tendono a fermarsi sul piano estetico: il regista è interessato, paradossalmente, ad esplorare l’interno impenetrabile piuttosto che il personaggio mediatico generato da quella buffa maschera gigante. Frank (che, non è un caso, in inglese significa franco, onesto) è un uomo fragile oltre che un fertile compositore. Il suo equilibrio personale è traballante e il suo mondo necessita la rassicurante delimitazione di un involucro di cartapesta. Gli altri membri della band, piuttosto eccentrici anch’essi, amano il loro leader, fanno quadrato attorno a lui, lo ammirano e soprattutto lo capiscono. Jon, personalità agli antipodi, fatica ad essere accettato, e l’unico che sembra vederci qualcosa di positivo è proprio Frank. Il problema è che Jon, pur affascinato dal personaggio emanato dalla figura di Frank, non sembra proprio essere in grado di comprenderne l’interiorità. Sembra quasi che il suo entusiasmo, più che alla musica, sia dovuto alla possibilità di partecipare a qualcosa di cool, da poter condividere sui social media: Frank in effetti è anche una caustica satira diretta contro una parte della scena musicale indipendente, quella che vive di grossi festival e fenomeni propagati dalla rete del tutto tangenziali alla musica. I Soronprfbs, che Jon con un’iniziativa personale dà in pasto a YouTube, attirano attenzione per i loro riti stravaganti, per la strana maschera del frontman, mentre la musica (un riuscito mix di post-punk, spoken word e noise) non sembra importare a nessuno. Un mondo estraneo e ostile esemplificato dal festival musicale texano South By Southwest, il cui impatto sulla band esercita una forza centrifuga distruttiva.

Michael Fassbender as Frank Sidebottom in 'Frank'

Gli spunti sono interessanti, però il regista fatica ad incanalare in un amalgama convincente i surreali momenti di black comedy e i segmenti squisitamente drammatici, lasciandoci sempre indecisi sull’interpretazione del registro da attribuire alle scene. Spesso Abrahamson calca fin troppo la mano sui concetti su cui vorrebbe farci riflettere, imboccandoci con scene paradigmatiche ed esemplificative, mentre in altre occasioni sarebbe stata necessaria una mano più decisa in fase di scrittura, specialmente per dare una forma alla narrazione erratica. Per concludere, un ultimo dubbio: possibile che certi racconti debbano passare per forza attraverso lo stereotipo dell’artista pazzoide e geniale con la sua band di freak al seguito? Se Abrahamson avesse proposto un film di musicisti eccellenti e inascoltati ma normali sarebbe stato selezionato al Sundance? E allora forse non si tratta di una denuncia che si accartoccia su se stessa?

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