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Recensioni | Pubblicato il 4 febbraio 2014

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Indian

From all purity

Genere: Metal, Noise, Doom Metal

Anno: 2013

Casa Discografica: Relapse Records

Servizio di:

From all purity: è questo il titolo del nuovo studio album della Band di Chicago Indian. Gli Indian hanno una storia decennale alle spalle, ma è solo con gli ultimi due album (vedi Guiltless) che il loro stile si è affinato, densificato e trasformato in qualcosa di disgustosamente piacevole.

Perché O’Toole e i suoi hanno cercato una strada più melodica per certi versi con questo ultimo lavoro, ma per certi altri lo spessore inverosimile della strumentazione e il dolore della voce, strizzata e spezzata, fanno di questo metal uno dei più orrifici e sporchi che abbiama mai sentito. Certamente non metto neppure in dubbio che le mie orecchie non siano perfettamente allenate al genere che richiede una maturazione notevole per essere compreso nella sua vera natura ma queste sei tracce lasciano il segno in maniera notevole.

Spezzano, sporcano, rompono e ci lasciano sospesi in una indefinita dimensione onirica orrida. Prepariamoci a camminare in una palude, tagliata da una sottile prezza armonica. Inizia tutto con una quantità impressionante di rumore, metallico e stridente, che ci riempie le orecchie. I bassi danno forma al tutto, alternandosi agli intervalli vocali e poi tutto va a concentrarsi alla fine per concludersi in un taglio nero che ci lascia nel silenzio totale. E’ più o meno questo il layout delle tracce e dell’intero lavoro. Non c’è la classica cacofonia che possiamo aspettarci dal genere. Il rumore di sottofondo varia in continuazione ed è piacevolmente invasivo.

Inoltre, grazie alla collaborazione con il producer Mark Solotroff, emerge un grande lavoro di editing i quali risultati si possono “udire” in tracce come “Clarify“. Questa “Sporca eleganza” risulta una nota di innovazione molto piacevole. La stessa maturazione che la band ha avuto negli ultimi anni è perfettamente trasportata nell’album che si apre con “Rape” che sembra quasi un capriccio del genere. Nel mezzo incrociamo “The Impetus Bleeds“che, con le sue grida stirate all’inverosimile, ci chiude, non ci lascia spazio per capire: è un pezzo opprimente, con un basso dall’intensità quasi paurosa.

L’album si chiude con il suono corrotto e ancora incredibilmente spesso di “Disambiguation”: letale e lentissima, una sottile linea melodica è annegata nel solito rumore che si fa sempre più presente. Alla fine di queste sei tracce ci sembra di non essere più noi stessi, ci sentiamo squisitamente demoliti, marciti, il suono del basso ci ha permeato ed esce dalle narici, il rumore finisce di colpo ma noi lo sentiamo ancora. Un lavoro “tremendamente, orribilmente” bello.

Voto: 8,5/10

Tracklist:

  • 1 · Rape
  • 2 · The Impetus Bleeds
  • 3 · Directional
  • 4 · Rhetoric of No
  • 5 · Clarify
  • 6 · Disambiguation

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