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Recensioni | Pubblicato il 29 ottobre 2013

frozen dancers

Tempelhof

Frozen Dancers

Genere: IDM, techno-ambient

Anno: 2013

Casa Discografica: Hell Yeah

Servizio di:

L’esordio di ormai quattro anni fa sanciva un ideale trait d’union tra modernismi elettronici e (post-post) rock, garantendo più di un brivido (Ten Years After è un capolavoro); il secondo lavoro (l’EP You K), un anno addietro, contemplava sia sonorità più trendy, d’atmosfera ballabile, seppure dotate di complesso spessore, sia lo shoegaze di seconda generazione.  Un altro recente Ep – City Airport – dance-oriented e poi i remix d’ogni sorta, qualcuno arrivato in alto nelle classifiche specializzate, di recente riuniti nel full The Remixes (nell’agosto appena passato).

Ora, accade che questo disco (per la label Hell Yeah, come tutte le ultime  uscite) abbia il sapore di un altro esordio, tale è l’ accuratezza dell’approccio e il modulo che ne rinnova (quasi) completamente le sinergie musicali, tornando parecchio indietro e contemporaneamente guardando molto avanti.

In Frozen Dancers le intenzioni sono già esplicitate nel titolo: canzoni che fanno agitare i neuroni più delle gambe, come la Warp ebbe modo di sentenziare riguardo alla musica dei suoi artisti (Aphex Twin, Autechre, The Black Dog): questa è la “dance da poltrona”. Ma non lasciatevi ingannare dagli artifici ai quali ci hanno da tempo abituato i Tempelhof, all’anagrafe Luciano Ermondi e Paolo Mazzacani da Mantova, ci sono brani che sono sì intelligent ma pure nightclubbing al punto giusto (vedi l’iper-spaziale in battito dispari “Change” ). La ricerca continua incessante, e mai in senso univoco, anzi troverete differenze sostanziali tra quest’ultimo LP e i due precedenti EP, e tra lo stesso e il precedente primo lavoro “inglese”.

Bontà loro, i “berlinesi” virgiliani anche stavolta coniugano bene il suono analogico (chitarre elettriche de-naturalizzate e synth tra il cosmico e il kraftwerkiano) e quello digitale nel senso techno-logico ed ambientale del termine che fa uso di looping incantati, di sofisticati droni, di profondi samples ambientali, dove i suoni sono ricercati quanto convincenti e,  all’occorrenza, diventa un bel viaggio extra-corporeo se coniugato al basso più deep. Nove (più una bonus) le tracce, che in qualche caso si concedono la voce di Paolo (la sua essenzialità è emozionante) che dà loro una più umana empatia, in mezzo a un rigoroso incedere “glaciale”: incisiva nella meta-citazione del lunedì triste  ”Monday is Black” o nella sincopata quanto preziosa “She Can’t Forgive”.

C’è rimasto poco dello shoegazing degli esordi (il singolo “Drake?”), benché il suono ogni tanto appaia condizionato (in senso positivo) dai trascorsi indierock; c’è tanta IDM, quella di terza  generazione, ormai: sia essa ambient e melodica (la visionaria “Skateboarding at Night”), iper-ritmica e spezzata (“Running Dog”), contagiata dalle tendenze passate (il candore nordico biospheriano di “The Dusk”) o futuribili (la scheggia soul nel landscape metafisico di “Nothing at the Horizon” o ancora il post-glitch della traccia bonus “Cold Sand”).

È un sound che attacca i diffusori e li mette a dura prova con le sue  evoluzioni alchemiche, è una colonna sonora con sguardi inquieti che si guardano alle spalle (memori di una passione ai dimenticata per la sonorizzazione dei film muti), tuttavia, assolutamente contemporanea. Le tracce non cadono mai in tranelli o in banalità di mestiere sia per la cura maniacale della struttura, impeccabile, che per una dinamicità deflagrante, fatta apposta per sorprenderti dopo ogni pausa: un’opera da ascoltare nel suo insieme, d’un fiato, assaporandone le sfumature, magari con l’ausilio di un buon impianto, o meglio ancora, nell’intimità delle cuffie.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Drake
  • 2 · Monday is Black
  • 3 · Change
  • 4 · Nothing on the Horizon
  • 5 · Sinking Nation
  • 6 · She can’t Forgive
  • 7 · The Dusk
  • 8 · Skateboarding at Night
  • 9 · Running Dog
  • 10 · Cold Sand (bonus track)

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