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Recensioni | Pubblicato il 28 giugno 2013

Heartbreaks

The Heartbreaks

Funtimes

Genere: Indie-pop

Anno: 2012

Casa Discografica: Nusic Sounds LLP

Servizio di:

The Heartbreaks. Facile farsi ingannare da un nome che potrebbe suggerire toni struggenti e strazianti ballate romantiche, ma i quattro di Morecambe sono tutto tranne che adolescenti in crisi depressiva.

Entrati nella scena musicale già nel 2009, cominciano a diffondere brani in rete, conquistandosi un buon seguito di fan, e nel 2010 fanno uscire il loro primo singolo, “Liar, my dear“, per la Seven Sevens, sussidiaria della Parlophone. A questo seguono tour con artisti di un certo livello, come Carl Barat e Morrissey, e la loro visibilità si accresce anche grazie alle collaborazioni con Burberry e Kitsuné.

Nel 2012 danno alla luce questo debut album, Funtimes, prodotto da Tristan Ivemy, già al lavoro con Babyshambles e The Holloways. Si tratta di un esordio assolutamente spumeggiante e carico, che rivela in modo perfetto il background britannico della band: senza indulgere nei banali cliché dell’indie-pop di parte dei gruppi d’oltre-Manica, il quartetto si mostra degno erede di atmosfere pop degne dei migliori 80s, con melodie sempre decise e coinvolgenti, di quelle a cui è impossibile resistere, trame e intrecci di chitarre irresistibili, e ritornelli assassini.

L’album scorre vivace e piacevole, senza un momento di noia, tra tracce che potrebbero benissimo essere tutte single releases, eppure incastonate in modo da creare un insieme organico e perfettamente bilanciato. In sostanza, veri e propri “fun-times”, colonne sonore di una gioventù che niente ha a che vedere con il grigiore della sua terra natia, ma che vuole invece vivere come se ogni giorno fosse una festa in spiaggia, spensierata e sempreverde.

Non si vede una nuvola all’orizzonte di questo disco, già a partire dal singolo “Liar, my dear“, che apre la strada con straordinaria energia, con l’imponente linea di canto del frontman Matthew Whitehouse, la cui voce domina incontrastata e brilla attraverso tutti e dieci i brani. Senza parlare della travolgente “Delay, delay” (peraltro votata dai lettori di The Fly come brano del 2012, superando Pelican dei Maccabees), che ha fatto impazzire tutti, giapponesi in primis, con il suo ritmo trascinante e quelle due semplici paroline che è impossibile togliersi dalla testa.

Non c’è poi da stupirsi quando si viene a sapere che a collaborare nella produzione di “Remorseful” c’è il frontman degli Orange Juice, Edwyn Collins: infatti il pezzo mostra da questi un’evidente discendenza, così come a tratti dagli Smiths. Una punta di romanticismo adolescenziale in “Polly” viene smorzato dalla ritmica sempre decisa e vigorosa, come quella di “Save our souls” e “Jealous, don’t you know“. Il disco si chiude infine con un pezzo, “I didn’t think it would hurt to think of you“, che è la degna conclusione di questo progetto, appena velato di malinconia, ma sempre pieno di vitalità.

L’afflato dell’album è nel complesso spensierato ed epico allo stesso tempo, e gli eroi di quest’avventura sono i quattro “cuori spezzati”, che escono più che vittoriosi da questo esordio trionfale e foriero di un successo mondiale. Il disco brilla letteralmente, come le unghie appena smaltate di rosso: la sua vitalità e la sua esuberanza sono confezionate senza sbavature.

Riusciranno a confermarsi come una delle più popolari pop band con il loro prossimo progetto (in collaborazione con Dave Eringa dei Manic Street Preachers tra l’altro)? Ai posteri l’ardua sentenza.

Voto: 7/10

Tracklist:

  • 1 · Liar, my dear
  • 2 · Delay, delay
  • 3 · Hand on heart
  • 4 · Winter gardens
  • 5 · Remorseful
  • 6 · Jealous, don't you know
  • 7 · Gorgeous
  • 8 · Polly
  • 9 · Save our souls
  • 10 · I didn't think it would hurt to think of you

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