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Cinema | Pubblicato il 28 giugno 2015

Dentro al Fury, carro armato americano operante in Germania agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, vi è un plotone di soldati, “Wardaddy” (Brad Pitt), “Bibbia” (Shia LaBeouf), “Gordo” (Michael Peña) e “Coon-Ass” (Jon Bernthal) a cui sta per aggiungersi Norman (Logan Lerman) che prenderà il posto del mitragliere morto nell’ultima rovinosa battaglia, e che risponderà all’appellativo di “Macchina”. L’ultimo arrivato è un dattilografo prestato alle armi ma senza alcuna esperienza sul campo di battaglia e nella cabina del carro; dovrà presto imparare ad uccidere “crucchi” e goderne per proteggere il suo plotone e aiutare la patria.

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Il soggetto del film è di David Ayer, così come la sceneggiatura, la regia e parte della produzione. Avvezzo al cinema d’azione (Fast and Furious – sceneggiatore) e a quello che parla di forze armate (End of Watch – Tolleranza zero – regista e sceneggiatore), Ayer compone un’opera ambivalente, carica di fumo e di fango, coraggiosa nel tentativo di approfondire la tematica della guerra, eppure troppo indecisa sul da farsi, e che rischia, in ultima istanza, di apparire la solita autocelebrazione americana.

Eppure, trovo il film di Ayer molto più sincero di quel che sembra:

Da una parte il patriottismo è viscerale nei protagonisti: quella spavalderia americana ispessita da soprannomi di guerra degni del miglior videogame bellico/apocalittico; la rudezza del “lascia che si ammazzino tra di loro” quando i corpi mostrati sono quelli dei civili tedeschi che si sono rifiutati di andare in guerra.

Dall’altra l’orrore (parlo di horror, non di dramma) della guerra, la sua violenza decisamente troppo veloce, ma soprattutto quell’infatuazione sbocciata velocemente tra la giovane tedesca e il neo arruolato Norman; e ancora nell’anziano tedesco che indica la postazione dei cecchini un secondo prima di venir ammutolito da un colpo alla testa partito dai compatrioti nazisti, per esplodere nel (pre)finale in una scena di inequivocabile relativizzazione della presa di posizione, riportando la questione al livello umano, non più (semmai nel film lo sia mai stata), nazionale.

Sembra, infatti, essere passata inosservata quella scena, nelle battute finali, che permetterà di regalare uno dei soldati alla storia, e di come un gesto muto di un ragazzo forse non ancora iniziato alla guerra (come il Norman di inizio film) o intimamente consapevole del valore della vita umana abbia raso al suolo le ideologie patriottiche. Soprattutto in questo e nei sopracitati passaggi trapela un’idea di guerra più profonda e bipartisan, in un certo senso “universalizzante” che condanna un po’ tutti e un po’ nessuno, mantenendo al tempo stesso chiara la memoria storica giustamente mai sbiadita.

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D’altro canto la vicenda indagata è quella all’interno del carro armato “Fury”, del gruppo che lo guida e che lo abita e di come le dinamiche intersoggettive risultino contaminate ma allo stesso tempo costruiscano l’ambiente circostante, l’animalità grezza e arcaica di chi si trova ad uccidere schiere di uomini e sia allo stesso tempo costretto a vedere tutto ciò come giusto, sacrosanto, cristianamente accettabile. Interessante in questo senso il personaggio di Shia LaBeouf, nonostante abbia soltanto l’abbozzo di una personalità e interpreti il cliché del “prete di bordo”, senza riuscire ad arricchire gli sviluppi narrativi. Sono proprio i dialoghi che non riescono a rendere conto di ciò che invece è detto in immagini e azioni. Poveri di stimoli nuovi riescono solamente a costruire quel tipo di pensiero militare che oramai conosciamo a memoria, senza far leva su chiavi di lettura altre o ambiguità che potessero tracciare meglio la relazione vita-morte, umanità-nazionalità, America-Germania. Non si sente il bisogno di tutte quelle cose che invece sono presenti e che tendono a tracciare la solita linea tra giusto e sbagliato: i passi della bibbia citati a memoria; il solito “apprendistato alla violenza”, a dirla tutta troppo repentino e rapidamente accettato; la ripresa dall’alto perpendicolare al campo di battaglia che, allargandosi, ci mostra l’eroicità del morire per ammazzare (o per resistere) scansando con troppa facilità quel rapporto tra umanità e patriottismo che continuo a sottolineare come sviluppo cardine delle migliori sequenze, e che però rischia di contraddirsi spesso in un’indecisione inconsistentemente ambigua.

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“Il mestiere migliore del mondo”, ripetuto più volte da più personaggi del plotone, suona come un rito nevrotico ma non abbastanza da porre la domanda psicologica, spostandosi quindi appunto su quel concetto di fierezza espressa da chi è dietro un’arma ma che ancora una volta è mostrato al cinema superficialmente.

Sul finale una battaglia estenuante, un atto di resistenza e martirio degno di Spielberg (se non fosse per quegli effetti in post-produzione che fanno assomigliare i proiettili sparati più a raggi laser, e quindi cercherebbero quasi un paragone con George Lucas piuttosto che con il regista di “Salvate il soldato Ryan”), con una scena, sul finire della battaglia, che non ci si aspetta di vedere, e che è la concreta messa in immagini del pensiero più nobile dell’intero film, l’empatia tra due uomini di opposte fazioni che travalica le ideologie per ristabilire un nuovo ordine tra gli schieramenti.

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