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Cinema | Pubblicato il 2 gennaio 2015

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Un sistema narrativo talmente abile da superare il meccanismo del “ribaltamento di situazione”, sfidando lo spettatore ad andare oltre, suggerendo sviluppi e talvolta confermandoli per avvisarci che si, avevamo intuito, ma non era quello il punto, il mistero è un altro. La grande suggestione sta nell’ovvietà del colpo di scena per cercarne un valore semantico, decostruendolo per evitarne anche l’artificiosità. È un’operazione entusiasmante di scrittura superba, avanguardistica nel regalarci sviluppi fluidi tra il prevedibile e il geniale, cercando una verosimiglianza nuova, attenzione a una realtà concreta, articolata e per questo riflessiva, anti-frenetica nelle forme ma ipercinetica nei contenuti. Un thriller quindi che non si limita a stupire, ma cerca di indagare nella figura della “coppia” per come è, per come si comporta e per come interagisce sui vari livelli del mondo esterno (famiglia, status, vicinato, social, media) che come elettroni orbitano instabili intorno al nucleo intimo della vicenda: Amy e Nick.

Sposati da cinque anni, figli del benestare e appassionati di scrittura subiscono in prima persona l’impatto della crisi, perdendo i rispettivi lavori. I soldi ci sono, ma il timore che scemino crea tensione soprattutto dopo che se ne ristabiliscono le proprietà familiari. Il nervosismo accelera e il rosso amore (nonché il sesso divertente, spudorato e passionale) sbiadisce in una patina grigia, dove i pensieri e i rancori si raccolgono solitari e covano devianze non sfogate. I due manici della stessa anfora spingono in direzioni contrarie rischiando di romperne gli armoniosi confini. La coppia muta forma, i poli s’invertono e il terreno inaridisce spietatamente.

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Molti i livelli narrativi in questo film del chirurgo Fincher (Seven, Zodiac, The Social Network, Fight Club) che dispiega nei due punti di vista dei protagonisti una trama antitetica che gioca con l’intuito dello spettatore, impreziosito e sfaccettato da molte figure di contorno che incidono profondamente nella storia, spostandone gli indicatori. Il montaggio decostruisce la linearità narrativa più che temporale, e compone uno studio della vicenda articolato. Una prima parte immagine dello sguardo di Nick, la componente maschile, carico di dubbi e contraddizioni, una figura apparentemente solida ma capricciosa, poco attenta alla controparte femminile. Colpo di scena a metà film, un sagace assist alla voce donna di Amy, bella, decisa e calcolatrice. Pienamente attenta invece al Nick che ha sposato, e sofferente nel vederlo appassire. Jeff Cronenweth cura una fotografia sottoesposta ma pulita, avvolgente, oscurante ma mai coprente. David Fincher è il maestro che ingloba gli spazi per impadronirsene il tanto che basta con camere fisse e lente carrellate, chiudendo il circuito tra scenografia, regia e recitazione di attori dalle caratteristiche impeccabili: Ben Affleck (che personalmente non amo) ha quel perfetto sorriso da stolto e quella fisicità palestrata che delinea una figura impacciata, spesso in balia di una Rosamund Pike padrona della sua sensualità, nonché di una capacità di modellamento del volto, degli sguardi, delle espressioni che sono il vero asso nella manica di una tensione intima, psicologica e imprevedibile, una prova di acquisizione del personaggio notevole. Carrie Conn (Margo) è la coscienza del gemello Affleck ma anche il tramite che dà forma a molti dei pensieri dello spettatore, giocando un ruolo chiave nell’avvicinamento tra film e pubblico.

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Non da ultima una colonna sonora (firmata da Trent Reznor e Atticus Ross, alla loro terza collaborazione con il regista dopo The social network e Millennium – Uomini che odiano le donne) che arricchisce le scene di una profondità musicale profonda, ritmica, contenuta e per questo ansiogena, humus ricchissimo di pathos uditivo.

Trovare difetti al film è difficile. Si potrebbe parlare di qualche forzatura in sceneggiatura, ma niente che sia lontano dal plausibile. Fincher si conferma la garanzia di un cinema sapiente, tecnicamente ineccepibile e dalla forte volontà di esperire le potenzialità della scrittura visiva e discorsiva, mai scordandosi un rapporto con il pubblico fatto di tensione, mistero e provocazione alla curiosità.

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