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Recensioni | Pubblicato il 15 gennaio 2014

Hadoukly-yours-cover

Hadouk quartet

Hadoukly yours

Genere: Jazz, World music

Anno: 2013

Casa Discografica: Naive

Servizio di:

Per una volta potrebbe essere interessante capovolgere gli schemi e cominciare una recensione da quella che di solito è la fine, cioè dall’elenco dei musicisti e i loro strumenti:

Didier Malherbe – doudouk, flauti
Loy Ehrlich – hajouj, gumbass, yayli tanbur
Eric Lohrer – chitarra, banjo, cavaquinho
Jean-luc di fraya – batteria, percussioni, voci

La line up lascia infatti subito dedurre il carattere “world” dell’album. E in questo caso è addirittura necessaria per svelare l’origine del nome del gruppo. “Hadouk” è un gioco di parole basato sulla contrazione dei nomi degli strumenti dei due fondatori: l’hajouj (strumento a corda tipico delle regioni dell’Africa del nord) di Loy Ehrlich e il doudouk (oboe tradizionale armeno) di Didier Malherbe. Ai due soci, amici e collaboratori sin dai tempi dei Gong, si uniscono negli anni altri musicisti, primo fra tutti Steve Shehan con cui nasce Hadouk trio, pluripremiata formazione con 4 album in studio all’attivo. Per quest’ultimo “Hadoukly yours” il trio diventa un quartetto e i compagni di avventura sono il chitarrista Eric Lohrer e il percussionista Jean-luc Di Fraya. Non cambia però l’approccio musicale, una visione totale della musica libera, incontro tra le musiche popolari del mondo, filtrate dalla sensibilità e dalla tradizione ormai accademica del rock e del jazz europeo, francese in particolare.

Tredici brani e una sola cover, lo standard “Blueberry hill” che chiude la raccolta. Già dall’iniziale “Chappak” il quartetto ci spiazza: i generi si confondono in una melodia che, introdotta dal doudouk, interrotta da un solo di chitarra acustica, è infine raddoppiata dai vocalizzi di Di Fraya (sugli scudi anche nella successiva “Ayur”, desertica e orientaleggiante). “Shadow maker”, più lenta, col suo inizio free e la virata swing centrale, è uno degli epicentri dell’album. Da segnalare la lapsteel di Eric Lohrer lontana anni luce dal suo classico utilizzo country e il solo di Ehrlich al gumbass, strumento da lui stesso inventato. Hadouk quartet dà il meglio di sè negli episodi più rarefatti che mettono in risalto le melodie dei fiati, come in “Bawu call”, dall’intro vagamente gershwiniano, o in “Bittersweet lullaby”. Ma è in grado di modificare radicalmente il proprio suono, aggiungendo tocchi più blues (“Chaloupe de chameu”), a tratti folk (“Rouge bambou”). E di trascinarci in lunghe tirate improvvisate: si vedano i due brani gemelli “Bora” e “Bollo” o le due “Suite Cabaline 1 e 2″, in cui ogni strumento si prende liberamente il suo spazio.

L’album esce per l’etichetta indipendente francese Naive, impegnata nella difficile battaglia di protezione della musica “fatta a mano” da artigiani senza paura. E che mette nella sua dichiarazione di intenti, in tempi di web e consumo frettoloso, il desiderio di regalarci dischi in curati package da sfogliare mentre si ascolta deliziati il soffio di una voce o la corda pizzicata di una chitarra. Sarà forse una causa persa in partenza, ma noi stiamo dalla loro parte .

Voto: 7/10

Tracklist:

  • 1 · Chappak
  • 2 · Ayur
  • 3 · Bora
  • 4 · Bollo
  • 5 · Shadow Maker
  • 6 · Bawu Call
  • 7 · Chaloupé de Chameau
  • 8 · Rouge Bambou
  • 9 · Danse des Lutins
  • 10 · Bittersweet Lullaby
  • 11 · Suite Cabaline 1
  • 12 · Suite Cabaline 2
  • 13 · Blueberry Hill

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