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Cinema e dintorni | Pubblicato il 2 febbraio 2014

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Circa 50 anni fa uscì in America un libretto che avrebbe generato tante polemiche, “Eichmann in Jerusalem: a report on the banality of evil”. Il libro fu scritto da Hannah Arendt, filosofa ebrea, scappata dalla Germania nazista e approdata negli Stati Uniti, docente universitaria, che si fece inviare a Gerusalemme dal periodico New Yorker per fare un reportage su uno dei processi più importanti e controversi di sempre. A processo era chiamato Adolf Eichmann, direttamente coinvolto nell’attuazione della Soluzione Finale, rapito dai servizi segreti israeliani e portato davanti alla giuria a Gerusalemme, davanti al popolo che lui stesso aveva collaborato ad eliminare. Di questo parla il film di Margareth Von Trotta, disponibile nelle sale italiane per la ricorrenza del Giorno della Memoria, solo il 27 e 28 gennaio. Prima di tentare un’analisi del film bisogna pensare a cosa voglia dire fare un film su una filosofa o, più in generale, parlare al cinema di filosofia. Io, personalmente, trovo che non ci sia niente di male, in barba agli ortodossi che non riescono a concepire la trasformazione visiva di un pensiero al cinema. Di film del genere ce ne sono molti, certi non riusciti, ma non per l’impossibilità dell’impresa, quanto per la mediocrità della messa in immagini, alcuni invece si ergono come pietre miliari, del cinema e dei documenti su un filosofo. Impossibile non pensare ad un film come “Wittgenstein” di Derek Jarman, grande volo pindarico sui pensieri del filosofo austriaco, costruito in maniera non convenzionale, criptica quanto il pensiero del filosofo, formato da immagini evocative e metaforiche.

Riguardo al film delle Von Trotta, il discorso è (in parte) diverso. La regista, autrice di un capolavoro come “Anni di piombo”, decide di non analizzare un pensiero complesso come quello della Arendt e, con quella che a me sembra modestia ma che ad altri può sembrare incompletezza e forse ignoranza, si concentra solo sulla “controversy”. Cosa si intende con questo termine? Il reportage pubblicato sul New Yorker generò una quantità di critiche che ben si vede nel film, incrinò i rapporti della Arendt con molte persone, conosciute e no, e le fece perdere amicizie importanti come quella con Hans Jonas (ebreo anche lui, allievo come lei di Heidegger e scappato dalla Germania nazista). Queste critiche furono generate da ciò che la Arendt scrisse circa quel processo; la filosofa non riportò sulle colonne del periodico il resoconto che tutti si aspettavano, ma andò a fondo seguendo un’indagine filosofica che riguardasse i meccanismi che guidavano quel processo. In particolare sottolineò la teatralità di questo, il fatto che a Eichmann non fossero portate accuse legate al suo capo d’accusa ma testimonianze che riguardassero in generale l’Olocausto e, cosa che fece maggior scalpore e che generò un disturbo profondo della comunità ebraica mondiale, il coinvolgimento dei consigli ebraici europei riguardo la deportazione – insensato sarebbe descrivere qui la controversia e le reazioni all’uscita di questo libro, basti la didascalica descrizione precedente.

 

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Che cosa si vede, di tutto questo, nel film? Innanzitutto è resa molto bene la teatralità del processo, a cominciare dall’arringa iniziale di Gideo Hausner, pubblico ministero, che cerca, secondo la Arendt, di spostare l’attenzione del presidente della corte, e di tutto il popolo ebraico (il processo fu trasmesso in TV) dalle gesta di Eichmann all’antisemitismo nazista tutto; la frase iniziale da lui pronunciata “Con me ci sono 6 milioni di perseguitati” è emblematica riguardo questo discorso. Resa bene anche una teoria che è cardine del pensiero della Arendt sul nazismo e, soprattutto, sugli esecutori, quella “banalità del male” che campeggia nel titolo del reportage, ovvero il pensiero che gli esecutori della strage nazista non fossero mostri o persone anormali, le cui azioni non avrebbero fatto altro che mostrare la loro essenza, ma persone normali, come Eichmann, esecutori incantati dal nazionalsocialismo che obbedivano a qualsiasi cosa fosse a loro chiesta (Eichmann nel processo, incalzato dal pubblico ministero, disse che, se gli fosse stato ordinato dal regime, avrebbe ucciso anche suo padre).

Si diceva di come la concentrazione della Von Trotta sia diretta verso uno spicchio, fondamentale, ma pur sempre uno spicchio, della vita della Arendt. Eppure il film non pecca di incompletezza e fornisce una duplice chiave di lettura. Fa vedere, a chi non conosce niente di questa storia, una figura fondamentale del pensiero occidentale e una delle dispute più feroci che si scatenarono sull’Olocausto e, nello stesso momento, rende perfettamente visibile la disputa a chi conosce già l’argomento (non parliamo di assoluti specialisti ma di semplici conoscitori del pensiero della Arendt e della “controversy”), arricchendola di dettagli non secondari. Una pellicola allora che persegue (non sappiamo quanto volontariamente, ma in maniera ottima) uno scopo didattico, che fa vedere cosa è stato il nazionalsocialismo non indagandolo direttamente né costruendo un kolossal sull’Olocausto (di quelli ce ne sono anche troppi) ma inquadrando benissimo uno dei fatti storici più importanti del ’900 e una delle figure più importanti del ’900, una pensatrice fuori dagli schemi consolidati che, proprio a causa del suo coraggio, si trovò contro buona parte del mondo intero, amici e non. Indubbiamente gli argomenti sono presentati utilizzando un registro “medio”, di facile comprensione, che però riesce a non compromettere la complessità di un pensiero tanto profondo.

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