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Dischi DOC | Pubblicato il 27 aprile 2014

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Tim Buckley

Happy Sad

Genere: Folk, Psichedelia, Songwriting

Anno: 1969

Casa Discografica: Elektra

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Partiamo dal fondo. Happy Sad non è il più bel disco di Tim Buckley, nè il più originale, nè quello considerato più innovativo dalla critica musicale. Happy Sad non è orecchiabile nè suona stilosamente sixties come il suo predecessore Goodbye and Hello. Non è un album che trascende i confini del concetto di musica per produrre qualcosa di assolutamente irripetibile, difficile ed innovativo come Starsailor. Ed allora il lettore si chiederà per quale motivo è stato scelto questo proprio disco come paradigmatico dell’opera  di  Tim Buckley. La risposta è individuabile proprio nel fatto che  “Happy Sad” inquadra in un’ideale istantanea l’allure di questo hobo sognatore e  solitario. C’è un po’ del Tim Buckley che, appena diciannovenne incideva il primo omonimo disco per la Elektra, c’è una parte del  menestrello psichedelico che in “Goodbye and Hello” inneggiava al Carnevale ed iniziava a capire la potenzialità che la sua voce offriva. Ed infine si comincia ad intuire verso quali fino a quel momento inaccessibili lidi musicali arriverà questo sfortunato cantautore, strappato da un’overdose di eroina ed alcool a soli 28 anni.

Quando è uscito, nel 1969, Tim Buckley ha 22 anni e già un figlio, Jeff, che sarà eccellente erede della musica del padre ed artefice della riscoperta della sua musica, e i due già citati album alle spalle. E sceglie di rinunciare alla batteria in favore delle percussioni e delle congas, primo segnale dell’abbandono della forma canzone canonica in chiave pop (3 minuti sincopati da strofa/ritornello/bridge) in favore di un approccio dilatato, apparentemente improvvisato. E’ la 12 corde (di qui in avanti imprescindibile nelle canzoni di Tim Buckley) a aprire il derivato blues jazzato di “Strange feelin’“.  L’atmosfera è familiare, la parvenza è quella di essere in poche persone che assistono ad una performance domestica. La voce si scioglie, iniziano i primi falsetti ed acuti che mostrano come la voce, data l’estensione e la facilità di modulazione, possa diventare strumento portante del simil-jazz interpretativo del cantautore.

E’ il primo disco in cui Tim Buckley si cimenta anche in veste di paroliere e, pur se si capisce che non avrà mai l’unica versatilità lirica di Bob Dylan, è da apprezzare come canti l’amore, come quello finito male di Buzzin’ Fly, altra delicatezza di voce, 12 corde, percussioni ed intermezzi di chitarra elettrica.

O la gratitudine verso chi ha fatto riscoprire l’amore, colei che ha reso una stanza di un motel davanti all’oceano una casa (Love from room 109 at the islander (on the pacific coast highway)). Siamo di fronte alla spannung del disco, una vera e propria suite formata di almeno 3 movimenti. La voce è suadente, l’atmosfera si carica di magia e si dilata in attimi senza tempo; la musica si fa accompagnamento nel senso letterale della parola, con poche note, e con l’indovinato inserimento degli archi ad impreziosire e dare ancora più eleganza ad una gemma lunga quasi 11 minuti.

L’amore è anche verso un figlio avuto precocemente e mai più visto; questo è quello che viene cantato con voce baritonale in “Dream Letter”, una canzone dal lento incedere, con spazio all’intimismo ed alla malinconia più profonda. E’ il preludio alla divagazione ed al divertissement maggiore: “Gipsy Woman”. Nasce lentamente, con apparente timidezza, con un giro di basso che pian piano si fa sovrastare  da tutti gli strumenti, in particolare da una voce mai così ispirata, che spazia da tonalità basse a note quasi da soprano, in un mood che sa di jam session. La mutazione è così conclusa: chi canta ha definitivamente abbandonato la crisalide di menestrello folk figlio dei 60 per dispiegare le ali e volare verso il Valhalla dell’Eternità musicale.

Chiude il disco e la fase di sperimentazione il ritorno all’intimismo di “Sing a Song for you”,  degna romantica conclusione di un viaggio che vedrà altri picchi nelle tappe successive, da Blue Afternoon a Lorca a Starsailor . Rimane la sensazione di avere avuto a che fare con una farfalla, i cui colori hanno allietato i giorni di chi ha avuto il piacere di ammirarla solo per il fugace respiro di una stagione.

Voto: 8/10

Tracklist:

  • 1 · Strange Feelin'
  • 2 · Buzzin'Fly
  • 3 · Love from Room 109 at the Islander (On Pacific Coast Highway)
  • 4 · Dream Letter
  • 5 · Gypsy Woman
  • 6 · Sing a Song for You

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